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La tua musica è un investimento.

Nel panorama musicale contemporaneo, esiste un malinteso fondamentale che condanna la maggior parte dei progetti artistici all’irrilevanza ancor prima che questi vedano la luce. Se guardo gli artisti esordienti, in particolare, vedo la tendenza a credere che la produzione musicale sia l’inizio del viaggio, il punto zero da cui tutto scaturisce. Ma se analizziamo le dinamiche dei professionisti musicali già affermati, vediamo una realtà ben diversa: la produzione discografica è solo un veicolo cruciale, un tassello utile di un processo strategico ben più ampio.

La tua musica è un investimento.

Senza un solido progetto di business, supportato da una visone strategica di marketing, il tuo progetto musicale è destinato ad avere il respiro corto. L’errore più comune fatto dagli artisti musicali esordienti è di partire dal prodotto musicale, dal brano da distribuire sulle piattaforme, senza prima aver ragionato sul mercato, sul pubblico e su come rientrare nei costi di produzione. Cercare soluzioni per spingere un progetto discografico senza averne definito a monte il posizionamento significa tentare di vendere qualcosa a qualcuno che non si conosce, in un mercato che non si è analizzato.

Questo non significa che le logiche di mercato debbano corrompere la tua integrità artistica, ma devi essere chiaramente consapevole del contesto strategico prima di entrare in studio. Sapere a quale pubblico ti rivolgi e come posizionarti in questa nicchia ti permette di evitare perdite economiche disastrose e di investire le risorse giuste nei punti giusti, sopratutto quando affronterai la fase promozionale. Senza questa consapevolezza, rischi di produrre musica che non ha alcun appiglio nel mercato, vanificando qualsiasi tuo sforzo tecnico o artistico.

Vorrei essere più chiaro: con lo streaming non ci campi. I ricavi dalle app sono ridicoli e sperare in una rendita che ti permetta di vivere e produrre nuova musica è pura utopia. Se non usi le tue competenze in ambito musicale per crearti una rendita continuativa, per pagarti i conti e le produzioni musicali, non andrai molto lontano. Devi crearti una strategia di business solida che ti permetta di generare entrate costanti per finanziare la produzione musicale, ad esempio: consulenze, didattica, live, trascrizioni musicali ecc.

In questo contesto, la tua produzione musicale, è strategica in quanto dimostrazione delle tue capacità professionali. Se poi hai curato bene anche la parte del marketing e hai costruito un’immagine solida e coerente, il combinato diventa efficace e ti apre le strade per una continua crescita profsessionale.

Diversamente, senza una rendita generata da un modello di reditto funzionante, ti ritrovi a operare al risparmio, con conseguenze disastrose.

Una produzione fatta in casa, senza il supporto di professionisti di livello, dai turnisti ai tecnici audio, senza un ragionato progetto esecutivo crea un prodotto di bassa qualità che finisce per amplificare i tuoi punti deboli. Presentarsi al mercato con una produzione amatoriale significa gridare al mondo la propria mancanza di professionalità, bruciandosi la reputazione.

E finalmente arriviamo al Marketing ed alla Promozione su cui gli artisti esordienti puntano per costruire il proprio futuro senza conoscere la differenza tra le due cose: la Promozione è l’atto pratico di veicolare il messaggio, ma senza una strategia organizzata in precedenza è destinata al fallimento. Questa strategia organizzata è il Marketing. Ma, nota bene, il Marketing funziona solo se hai chiarito bene qual’è il tuo progetto di Business, ovvero hai fatto una bella analisi del mercato. Il Marketing trasformerà questa analisi in strategia.

Integrare il marketing nella fase pre-produttiva permette di cambiare la prospettiva temporale del progetto. La maggior parte degli artisti cerca un risultato di gratificazione immediata , ma una strategia,seria, di business mira anche agli obiettivi di lungo periodo.

Una produzione di qualità non è una spesa, ma un investimento che si apprezza nel tempo. È il biglietto da visita che parla per l’artista quando lui non è presente. Presentarsi con una produzione scadente, di bassa qualità, chiude le porte; presentarsi con un prodotto eccellente attrae investitori, etichette e manager.

Nessuno investirà su un artista che non ha investito su se stesso. Quando un artista dimostra, attraverso la qualità del suo prodotto, di aver compreso le logiche di mercato e di aver investito seriamente, sia in termini economici che formativi, diventa un asset appetibile per partner esterni. La qualità diventa quindi uno strumento di marketing in sé: è la prova tangibile della serietà e del potenziale del progetto.

Riassumendo.

Il tuo percorso artistico diventa sostenibile solo se ti confronti con la realtà del mercato musicale visto nel suo insieme. Studiandolo e ragionando sulle tue competenze, potrai troverai il modo in cui collocarti in esso.

A questo punto sei pronto per integrare il marketing nel tuo progetto. Lo userai per farti conoscere, per valorizzare le tue caratteristiche, esaltare le tue qualità ed attrarre persone che hanno bisogno dei tuoi servizi.

In questo contesto, una produzione discografica di qualità non è più una spesa, ma un investimento che si farà apprezzare nel tempo. È il tuo biglietto da visita che parla per te anche non quando non sei presente: è un tassello della tua strategia di Marketing.

Puoi anche non credermi, continua pure a presentarti con prodotti mal curati, creati al risparmio.Non sorprenderti poi se ti chiudono la porta in faccia. La verità è che nessuno investirà su un artista che non ha investito su se stesso. Se tu stesso non sei disposto a sacrifici economici per curare i tuoi prodotti musicali, perché dovrebbero farlo altri?

Quando un artista musicale dimostra, attraverso la qualità del suo prodotto, di aver compreso le logiche di mercato e di aver investito seriamente, sia economicamente sia in formazione, diventa un appetibile per partner esterni. La qualità del prodotto discografico è uno strumento di marketing in sé: è la prova tangibile della serietà e del potenziale del progetto.

L’industria musicale non è un mondo di artisti scapigliati che vivono d’ispirazione. In realtà è un mondo altamente competitivo dove le figure professionali solide sono ampiamente ricercate.

Se vuoi cominciare a ragionare, seriamente, sulla tua professione di musicista e vuoi parlarne con me, scrivimi che ne parliamo.

Mi farà piacere conoscere la tua musica e condividere le esperienze. Anche questo è un piccolo passo per uscire dalla propria cameretta ed iniziare a fare sul serio.

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Le persone sono semplici da comprendere: vogliono essere ascoltate, gratificate e apprezzate. Possiamo identificare il principio di qualsiasi attività di marketing in una semplice domanda: “Dimmi chi sei”. Un quesito che bisogna rivolgere prima a se stessi, per mettere a fuoco la propria identità, e poi al pubblico che si vuole ottenere. “Dimmi chi sei” è la domanda chiave che permette di entrare in contatto con la propria audience e che permetterà di sviluppare una narrazione che parli del proprio pubblico. In questo libro Riccardo Scandellari, esperto di marketing e personal branding, invita a rivolgersi verso un tipo di marketing più umano, etico e concreto. Una scelta che permette di distinguersi nettamente dalla folla di concorrenti e improvvisati che sul web fanno a gara a chi urla più forte, per parlare con il pubblico (ma soprattutto ascoltarlo) in modo più onesto, catturarne l’attenzione e conquistarlo con l’impegno, la condivisione e la relazione.
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Musica: perché la promozione non funziona?

Il settore musicale contemporaneo si presenta come un ambiente in continua evoluzione, un mondo dove gli artisti emergenti si trovano a navigare in acque spesso turbolente e piene di insidie. In questo momento storico, è cruciale comprendere che l’artista musicale, il personaggio artista,  ha assunto un’importanza maggiore rispetto alla musica stessa, sebbene la longevità artistica sia sempre frutto di un delicato equilibrio tra la figura artistica e il percorso creativo. Chi desidera emergere in questo contesto deve fare i conti con dinamiche promozionali complesse e spesso contro-intuitive.

Perché la promozione musicale non funziona?

Come artista musicale ti ritrovi in un contesto promozionale che ti bombarda costantemente con impulsi e notizie specificamente costruite per fare leva sulle emozioni e sull’ego: sui tuoi sogni, sulle tue ambizioni, sul tuo desiderio di trovare un posto nel mondo.

La Music Industry è incentrata su un mercato estremamente polarizzato, dove la visibilità è ricercata ossessivamente e crea meccanismi, o propone soluzioni a pagamento promettendo risultati che spesso potresti ottenere gratuitamente.

Uno dei grandi errori in cui cade l’artista esordiente è quello di non crearsi un percorso professionale realmente sostenibile. Spinto dal sentire comune, non vede che il guadagno generato da una promozione tradizionale su piattaforme streaming e digitali, rispetto alla spesa sostenuta, matematicamente non esiste.

Nella mia esperienza, posso tranquillamente testimoniarti d’aver visto risultati promozionali all’altezza delle aspettative solo nel caso di artisti posizionati, cioè artisti famosi con una fan base di riferimento solida e fedele.

Nel mercato musicale, in questi anni si è verificato un cambiamento del modello di business. In passato, il focus era sul prodotto, la musica, e l’obiettivo della promozione era accelerare la diffusione del prodotto per raggiungere quante più persone possibile. Oggi, il core business è decisamente orientato ai servizi. Questo cambio di paradigma implica che l’obiettivo non è più raggiungere il pubblico più ampio possibile, ma promuovere il proprio servizio a uno target specifico per soddisfare un suo bisogno. Essere un artista musicale, un creativo artistico, non è più sostenibile se non ti arricchisci di quelle competenze che soddisfano le esigenze di un mercato saturo di proposte e le inquadri in un’ottica di impresa.  Questa è la realtà e se non ti piace, forse la professione del musicista non fa per te.

Devi considerare che l’attenzione delle etichette e dell’industria discografica come sistema, è indirizzata verso il prodotto, verso l’uscita del singolo a cadenza periodica. Il Sistema non vede più l’artista musicale come il centro del business: gestire un artista è troppo impegnativo e rischioso. Oggi il business è investire sul prodotto artistico come magnete per attirare altri artisti, o aspiranti tali, in su sistema di servizi a pagamento: paghi per registrare la musica, cedi quote per pubblicarla, paghi per distribuirla, paghi per promuoverla.

C’è però un modo per evitare queste trappole, per entrare nel mercato musicale con il piede giusto. Ma è un modo che richiede un approccio diverso, una mentalità basata sul solido, sul concreto e non su sogni di fama e popolarità.

Per l’artista esordiente, è necessario tenere a bada i propri desideri e lavorare seriamente su se stesso, individuare il motore della sua creatività, definire il messaggio che vuole offrire al suo pubblico e come intende farlo. Deve prima di tutto definire un modello di business orientato al servizio, e la creazione di una promozione mirata che si basa sulla credibilità, la fiducia e la costanza; sapendo che la promozione è un processo che parte prima dall’interno e poi si muove verso l’esterno.

Per un artista musicale, nel mercato musicale attuale, agire senza una chiara visione, un ruolo definito e una strategia che connette il proprio servizio a un pubblico specifico (fan o altri professionisti) significa viaggiare alla cieca, spendendo tempo, denaro ed energia, affondando inevitabilmente nel pantano dell’insostenibilità emotiva e finanziaria.

Conoscere le dinamiche del mercato musicale, approfondire la propria visione delle cose, studiare metodi e modi per attrarre l’attenzione del pubblico e dei players del settore è indispensabile per costruirsi una professione musicista.

Nei miei corsi, nelle mie consulenze, lavoro proprio su questo.

Guidare l’artista musicale nell’acquisire competenze e conoscenze per potersi costruire una comunicazione professionale e un’immagine artistica solida. Per affrontare il mercato musicale che è poliedrico e che, lo dico sopratutto agli esordienti, non è solo Spotify. C’è molto di più.

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Musica: è una questione di qualità!

Oggi scrivo due righe su quella cosa chiamata progetto musicale. Lo faccio per te, ma lo faccio anche per me stesso, perché le due paroline progetto musicale in realtà ci stà un universo intero. Un universo anche piuttosto complesso le cui variabili cambiano a seconda del progetto che stiamo sviluppando. Infatti, la prima cosa da tener presente è che ogni progetto, ha un percorso che va costruito, pensato e misurato: altrimenti che progetto sarebbe?

La musica è sopratutto una questione di qualità

Normalmente, la maggior parte degli artisti musicali si concentrano sulla produzione di un album o di un singolo, magari nella loro solitudine, nel loro mondo creativo, per poi confezionare un prodotto musicale o discografico e quindi mettersi alla ricerca di soluzioni per promuoverlo. Dimmi, non è così?

Accade regolarmente che una volta messo sulla pubblica piazza il progetto stenta a decollare, non riceve attenzioni, non viene ascoltato o non viene considerato come meriterebbe.

Questo avviene principalmente perché in fase di elaborazione del progetto, l’artista trascura spesso e volentieri l’impegno economico e temporale necessario per mettere in campo operazioni di marketing e di promozione per far conoscere il progetto musicale almeno ad una platea mirata di pubblico potenziale: questo, il più delle volte, significa anche fare un indagine di mercato per capire dove si nasconde questo fantomatico pubblico interessato.

Immaginiamo che stai mettendo insieme un album. Stai selezionando i pezzi in modo di ottenere un qualche obiettivo artisticamente organico: nello stile musicale, nel significato delle canzoni ecc… Già da qui dovresti pensare a quale pubblico ti rivolgi e valutare, insieme ad altri professionisti, che direzione prendere nelle scelte artistiche che farai.

Già il fatto che dovresti chiedere supporto ad altri, significa che dovrai sostenere un impegno economico. Quindi già nelle prime fasi dovresti fare un ragionamento sul budget che ti servirà per portare a termine il lavoro. Un budget di spesa che comprenda tutte le fasi di lavorazione dell’album compreso il marketing e la promozione. Ma non è  tutto.

In particolare gli esordienti, se ne escono con produzioni Low Budget che altro non servono per dimostrare il loro scarso professionismo e che sicuramente non mettono in luce le loro qualità (con conseguente danno reputazionale e perdita di opportunità). Spotify è piena di queste porcherie.

Se invece cominci a considerare le spese del tuo progetto artistico come un investimento a lungo termine, ecco che improvvisamente le cose prendono una prospettiva diversa.

Se ti impegni e ti circondi di bravi collaboratori, mettendo insieme una vera e propria produzione dove ognuno ha il suo ruolo, ecco che ti stai impegnando in qualcosa che avrà una qualità superiore, qualcosa che resta. Una spesa della quale non avrai un rientro immediato, ma che servirà per qualificarti come un artista professionista che conosce il lavoro, il mercato ed ha pure una vena artistica interessante.

Ovviamente imbarcarsi in questo percorso non è un gioco. Lavorare con professionisti è dispendioso. Perciò non solo hai bisogno (prima) di avere una rendita continuativa che alimenti questo tipo di progetti, ma ti servirà anche la figura di un produttore esecutivo che ti aiuti a gestisce l’aspetto logistico, finanziario e legale del progetto. È la persona che assicura che il progetto sia completato nei tempi e nel budget, occupandosi dei contratti, delle licenze e della raccolta fondi. Questo è il binario strategico dal quale inizia ogni progetto, sul quale poi si innesta il lavoro artistico.

Un progetto artistico che bypassa i dovuti passaggi di una produzione musicale senza seguire degli iter prestabiliti, senza un team e senza affidarsi alle persuoone giuste è destinato a restare nel limbo dei 5 ascolti mensili sulle app di streaming. E se non mi credi, se non credi alle statistiche, ti basta fare un giretto su Spotify per vedere quanti sono gli zombie che release dopo release, restano su 20-30 ascolti mensili.

Il processo di produzione musicale professionale è come costruire un edificio: la musica è la facciata (la parte artistica), ma il successo duraturo e l’opportunità di attrarre investimenti dipendono dalle fondamenta invisibili (Business, Marketing, Promozione) e dal piano di costruzione rigoroso (Produzione Esecutiva). Se si cerca di risparmiare sulle fondamenta (produzione “low budget”), l’intera struttura (il biglietto da visita) crollerà, non importa quanto bella sia l’idea iniziale.

PS Non attirerai mai player importanti del settore musicale se non sei in grado di dimostrare il tuo livello di professionalità e l’impegno che metti nel tuo lavoro. Se tu stesso non investi sui tuoi progetti, perché dovrebbero farlo altri?

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musica dal vivo musicista professionista personal branding

Si fa presto a dire Live!

Per un artista musicale suonare dal vivo può assumere significati diversi a seconda di come si imposti il percorso artistico professionale. Ancora una volta non c’è una regola che vale per tutti, non ci sono trucchi o scorciatoie. Anche quando organizzi un evento live, o vuoi che la tua fonte di reddito primario sia nei live, devi programmare una strategia logica che ti permetta di crescere e di espandere il tuo business.

Si fa presto a dire live!

Concretamente, se intendi organizzare un tour per promuovere la tua ultima uscita discografica, devi progettare questa operazione in un contesto coerente a tutte le operazioni di marketing che hai fatto e che stai facendo attorno al tuo lavoro. L’improvvisazione può costarti cara in termini di energie e di denaro buttato al vento.

D’altro canto, se invece vuoi che la tua professione di musicista sia incentrata sugli eventi dal vivo, come fonte primaria di reddito, dovrai progettare questo tuo percorso in una direzione precisa che ti permetterà di aggredire il mercato in cui vuoi posizionarti. E questo puoi farlo solo se hai le idee chiare su cosa stai facendo e selezionando con cura i luoghi dove ti esibisci.

Può anche essere che per te i concerti sono solo un momento di confronto occasionale. La scusa per mantenere la tua tecnica musicale viva, o metterti alla prova senza voler conseguire obiettivi economici ben precisi. Si tratta di un modo lecito di vedere i live, meno impegnativo, meno professionale, ma di conseguenza sarà anche meno remunerativo.

Quando decidi di Vivere di musica guadando dai live stai facendo una scelta ben precisa che solo in apparenza è facile, mentre in realtà ti espone ad una serie di rischi di cui devi essere consapevole: devi essere cosciente delle enormi implicazioni che questa scelta comporta.

Ci sono band, artisti, che hanno fatto dei live la loro fortuna, lo fanno da anni, con soddisfazione e continuità, ma questo perché riescono a gestire tutte le aree strategiche del loro progetto musicale che sono strutturate per questo segmento.

Queste realtà artistiche felici funzionano perché hanno saputo focalizzarsi sulla loro offerta di servizio e hanno quindi rivolto i loro sforzi promozionali verso determinati tipi di pubblico, specializzandosi in una determinata nicchia. Questo ha permesso a loro di crearsi un’identità specifica allineata con determinati tipi di pubblico che, quando si rivolge a loro, sa cosa aspettarsi.

Questo significa anche scegliere il luogo adatto dove esibirsi.

Il luogo adatto non è fatto solo dallo spazio in cui avviene l’esibizione, è sopratutto creato dal pubblico che assisterà all’avento. La scelta del Faccio live ovunque in qualsiasi luogo è la peggior politica che puoi fare: lo stesso errore che si fa quando si investono soldi in promozione sparando messaggi ovunque credendo che la cosa funzioni raggiungendo più persone possibili. D’altro canto, ricevere continui rifiuti dai locali a cui ti rivolgi, deve farti riflettere sul fatto che, molto probabilmente, non ti stai rivolgendo al posto giusto per la tua offera musicale. Sparare ovunque pensando di raggiungere il maggior numero di locali possibile, è un errore grossolano, una perdita di tempo.

Perché i tuoi live abbiano un senso economico devi progettarli bene, con un’estrema consapevolezza dei costi che sostieni per portarli sul palcoscenico. Non è un lavoro difficile, ma lo devi fare con cura e verificare continuamente se i tuoi calcoli rispondono ad un riscontro reale.

Per avere una reale comprensione dei tuoi costi devi includere:

  • Il tempo per la preparazione del live;
  • I costi della sala prove;
  • I costi dei trasporti e altri costi come cibo, soggiorno, ecc…;
  • I costi delle attrezzature o altri costi legati alla tua struttura;

All’interno di una band, poi, i guadagni non puoi distribuirli equamentr, faresti un grave errore che, alla lunga comprometterà la stabilità del gruppo. Il guadagno dovrai distribuirlo in base all’impegno e alle responsabilità di cui si prende carico ogni singolo membro del gruppo. Chi più lavora, chi maggiori responsabilità si prende, maggiormente sarà retribuito.

Se decidi di Vivere di Live dovrai anche risolvere il problema della frequenza, della continuità. Per vivere esclusivamente di live, la cruda realtà è che, nel mercato attuale,  dovresti partire dai 200-250 esibizioni ben studiate, all’anno. Questi numeri non vederli come un’ostacolo insormontabile, ma ti devono essere chiari, rappresentano il tuo rischio d’impresa, come in ogni altro settore, ci sono dei pro e dei contro.

Per completezza, chiudo questo post con le due tipologie principali di live, due tipologie che richiedono approcci diversi, perché presentano rischi diversi. Produrre un live o Suonare in un locale non sono la stessa cosa.

Sono due modelli di business che richiedono impegni molto diversi, impegni che non vanno presi alla leggera. Richiedono due modi di ragionare diversi che impattano su tutte le aree: il modello di business, il marketing e la promozione. Bisogna sempre tenere a mente questa distinzione se vuoi generare una rendita.

Inoltre, non sottovalutare mai i fondamentali che portano alla buona riuscita di un evento dal vivo: la gestione del team (capire chi serve e in quante persone suonare), come trattare con gli organizzatori, cosa proporre loro, come stabilire il prezzo e come attrarre le persone. Devi sempre avere il controllo di tutte le cose, se non vuoi incorrere in brutte sorprese o, almeno, limitare i danni degli imprevisti.

Per Vivere di live il tuo obiettivo primario non dev’essere Riempire lo Stadio, ma avere sotto controllo entrate e uscite in modo da generare quella rendita continuativa che ti permetterà di vivere la tua passione per la musica. Se lavorerai bene, con metodo e strategia, magari non arriverai allo stadio, ma potrai conquistare qualche piazza importante dove troverai un vasto pubblico pronto a godersi il tuo spettacolo.

La morale è semplice, non devi mai affidarti al caso, devi prima progettare e poi fare, devi conoscere il mercato, devi conoscere il contesto nel quale ti muovi e agire di conseguenza.

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Nella storia della musica nera lo spiritual e il blues rappresentano l’inizio di tutto, nascono come elaborazione esistenziale del singolo ma anche come reazione collettiva al dramma della schiavitù. Nel corso del tempo queste musiche si sono evolute in altre e altre ancora. Ma quali sono state le realtà sociali che ne hanno determinato la nascita e la diffusione? Qual è il denominatore comune che traccia il percorso di coscienza dell’afroamericano e della sua ribellione?La storia della Black Music indaga tra le pieghe di questi momenti storici ed esplora le motivazioni etiche, sociali e religiose che hanno dato origine a tutte le musiche che dai seminali spiritual e blues si sono sviluppate, per giungere – attraverso il jazz, il soul, il funky, il reggae e il rap – fino alla trap, ultima rilevante forma di espressione musicale inventata dalla comunità di colore. Le otto sezioni del libro sono arricchite dalle storie dei personaggi, degli album e degli avvenimenti di particolare rilievo, da immagini d’epoca e da un centinaio di schede di canzoni emblematiche, ascoltabili direttamente tramite QR code. L’opera è completata da contenuti online quali video, canzoni, fotografi e e approfondimenti relativi agli argomenti trattati nei diversi capitoli. Prefazione di Ronnie Jones.

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I Pilastri della Professione Musicale

Per trasformare la tua passione per la musica in una professione, per godere di una rendita continuativa che ti permetta di vivere, la padronanza delle skill tecniche, delle competenze verticali, non ti sarà sufficiente. Nel suo percorso professionale l’artista musicale è spesso bloccato dall’ignorare e quindi non utilizzare i tre pilastri su cui si basa la professione, ogni professione:

    1. Il Business;
    2. Il Marketing;
    3. La Promozione.

I Pilastri della Professione Musicale

Queste tre , competenze orizzontali, costituiscono la base su cui si regge la crescita professionale e che distinguono l’approccio del professionista dal dilettante. Se non li padroneggi, la tua impresa fallirà. Non saranno le tue doti tecniche o artistiche che ti salveranno da un mercato cinico e talvolta spietato.

Business significa avere la forma mentis dell’imprenditore a tutti gli effetti. Devi misurare le tue capacità e ragionare economicamente, valutando costi e benefici. Devi ragionare costantemente per arrivare ad una rendita che ti consenta l’indipendenza economica, accettando o rifiutando i lavori che ti vengono proposti e spendendo i tuoi soldi con criterio, valutando ogni spesa come un investimento, un ritorno economico.

Investire significa assumersi dei rischi economici, ma è neccessario se vuoi che la tua professione progredisca: Devi investire anche e sopratutto nella tua formazione impreditoriale, oltre che per la musicale; devi investire oculatamente nei tuoi strumenti professionali, con un criterio di progettualità; devi investire nei tuoi collaboratori, nei tuoi partners e nelle loro competenze.

Fare Marketing significa posizionarti sul mercato e presentarti in maniera efficace nel mercato musicale, composto per lo più da liberi professionisti e imprenditori. Devi superare la logica del curriculum, nella musica non esiste il posto fisso. Verrai valutato per ciò che sei: per quello che sai fare, per come lo fai e per la tua serietà professionale. Devi imparare a comunicare chi sei, cosa fai, perché lo fai e che cosa offri a livello professionale, con la tua musica, il tuo strumento, la tua arte e le tue competenze.

Promuoverti, sia verso il pubblico che verso il settore musicale, significa perciò avere le idee chiare su cosa puoi offrire. Devi definire cosa sei in grado di offrire che altri non hanno, quali sono i tuoi punti di forza, sul valore che offri.

Essere un musicista professionista significa affrontare l’arte della musica come un lavoro qualunque: con estrema serietà. Muovendosi senza improvvisazioni o facilonerie, affrontando in profondità ogni aspetto della professione, compresi i sottovalutati aspetti legali e amministrativi, e con la consapevolezza che è necessario spendere, spendere e investire una valanga di soldi anche in percorsi formativi che ti porteranno ad avere gli strumenti per muoverti con agilità nelle dinamiche del settore musicale e discografico.

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2 ostacoli del musicista esordiente

Sono due gli ostacoli che, come artista devi affrontare nel mercato musicale attuale: la saturazione dell’offerta e la polarizzazione degli utili che, nell’attuale sistema discografico, rischiano di non finire nelle tue tasche.

2 ostacoli del musicista esordiente

In particolare se sei un artista musicale esordiente, superare la saturazione ed entrare in un mercato così dinamico, è necessario affrontare, conoscere, una serie di problematiche strutturali e strategiche.

L’ignoranza dei modelli economici del mercato musicale ti spingono verso direzioni economicamente non sostenibili che troncano il tuo percorso professionale-artistico sul nascere. Il passo fondamentale è quindi che tu comprenda attivamente come funzionano e non cadere nella trappola di modelli di business creati per farti vivere un’illusione.

Il settore musicale soffre di troppa emotività, troppa passione. Spesso gli artisti musicali non guardano il proprio progetto con occhio analitico. Vittime del proprio egocentrismo, sottovalutano l’importanza di analizzare il loro pubblico, il loro mercato di riferimento e persino il tipo della loro offerta musicale. Questa assenza di analisi è la causa principale del fallimento delle azioni di promozione e posizionamento.

La mancanza di un approccio strategico a 360°, che inizia dall’analisi del tuo pubblico potenziale e si conclude con la scelta di come vuoi veicolare i tuoi messaggi, è destinato a portare al fallimento di ogni tua iniziativa con una conseguente demotivazione, se non vera e propria depressione.

Non puoi definire tale un progetto musicale se non pianifichi ogni aspetto del lavoro. Se non elabori un’identità artistica e una strategia di posizionamento sul mercato; se non affronti in termini di budget, di spese e ricavi, ogni aspetto della tua professione.

La mancanza di questa progettualità quasi sempre consegna l’artista musicale nella trappola degli speculatori promozionali, che non sono invisibili poteri forti, ma quel Circo di servizi  per musicisti che però funzionano, se non truffaldini, solo se indirizzati correttamente e si sono raggiunti certi livelli.

Per concludere, superare la saturazione del mercato e la polarizzazione degli utili, devi sostituire l’emotività e la casualità con un approccio strategico e analitico, focalizzato sulla comprensione dei modelli di business, la gestione oculata delle risorse, la definizione chiara del target e l’applicazione di procedure logiche finalizzate al raggiungimento di un obiettivo.

Fare l’artista musicale è una professione creativa dove il lato professionale vale quanto quello creativo. Prima lo comprendi, prima otterrai i risultati che cerchi.

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Come entrare nell’industria musicale?

Taglio corto. Per entrare nell’industria musicale, per attrarre una major, un producer o una piccola etichetta un curriculum in formato Europass non ti salverà. Nemmeno la tua grande passione per la musica sarà la dote che farà la differenza.

Come entrare nell'industria musicale?

In questo post abbozzo qualche idea per attirare l’attenzione dei professionisti mettendo insieme due o tre cosette raccolte in anni di attività nel settore musicale. Sono pratiche che hanno funzionato quando il proponente sapeva il fatto suo e si è esposto proponendo soluzioni che lo hanno messo in mostra.

Perché il settore musicale negli ultimi anni, è cresciuto in modo esponenziale e ha un disperato bisogno di una nuova classe operaia di professionisti competenti. La richiesta di alta competenza professionale è forse la principale, ma non l’unica, di quelle barriere invisibili che fanno sembrare l’ecosistema musicale un mondo elitario. Usare approcci non tradizionali, può rivelarsi una buona strategia per entrare nel giro. Vediamone alcuni:

Risolvi un Problema:

Invece di mandare mail scrivendo vorrei lavorare per voi, analizza un progetto di un’etichetta che secondo te non ha funzionato. Studialo, capisci cosa è andato storto e proponi una soluzione dettagliata. Spiega cosa avresti fatto di diverso. In questo modo, non stai più chiedendo un lavoro, stai dimostrando il tuo valore. Stai trasformando la tua candidatura in un colloquio.

Crea Valore Aggiunto:

Ci sono piccole etichette discografiche editrici esclusive di brani che restano di nicchia. Se ritieni di poterli valorizzare con la tua abilità allo strumento o al canto, proponi loro delle cover dei loro brani di proprietà, puoi anche proporre dei remix, per esempio. Prepara delle demo e dimostra le tue capacità. Fai vedere quale valore aggiunto puoi portare. Molto probabilmente potrebbero investire sul tuo lavoro.

Usa Approcci Non Convenzionali:

Mi hanno raccontato la storia di un graphic designer romano chenha ottenuto un lavoro con artisti di primo piano portando un book con le sue cover alternative direttamente agli instore, invece di limitarsi a taggarli su Instagram. Pensa fuori dagli schemi. I modi tradizionali (come LinkedIn) sono utili, ma spesso sono quelli alternativi a fare davvero la differenza. Prova a frequentare eventi pubblici frequentati da professionisti del settore e porta delle chiavette USB con le tue demo e tutti i modi per contattarti.

Sviluppa Competenze Trasversali:

Oggi non basta essere bravi artisti musicali. È importante saper interpretare i dati, raccontare una storia (storytelling), avere basi di marketing e saper costruire esperienze per l’utente, che siano digitali o fisiche. Queste non sono più soft skill, sono competenze fondamentali.

In poche parole: il tuo curriculum deve essere la dimostrazione pratica delle tue capacità, non un semplice elenco. Che sia un’analisi di mercato, un progetto grafico, una pagina Instagram curata o un evento organizzato nel tuo paese, deve parlare per te.

Cura un’immagine coerente

Ma prima di esporti direttamente verso altri professionisti del settore dovresti preoccuparti di avere una solida e coerente presenza sul web. I tuoi profili social, il tuo sito, devono rappresentarti al meglio ed avere un messaggio chiaro ed omogeneo che non crei dubbi in chi, magari, è pronto ad entrare in contatto con te. A questo scopo ho creato il corso Il nécessaire del musicista: un percorso che ti guida nel creare un’immagine solida e riconoscibile usando gli strumenti online e offline

Il Lato Oscuro del Lavorare con la Musica

Prima di buttarti anima e corpo nella musica, devi comunque tener presente che, come ogni professione, lavorare nel settore musicale può portare a grosse delusioni. Quando la tua passione si scontra con la realtà lavorativa, scopri che le persone che ammiravi non sono sempre pulite e belle come le immaginavi. Incontri i no, le porte in faccia, le dinamiche di business che a volte cozzano con l’idealismo dell’appassionato.

Questo è un punto fondamentale. Lavorare nella musica significa gestire budget, rispettare scadenze, affrontare problemi, negoziare contratti e, sì, a volte lavorare su progetti in cui non credi al 100%. È un lavoro vero, con tutta la fatica e le frustrazioni che ne derivano. Esserne consapevoli è il primo passo per non rimanere delusi e per costruire una carriera solida e duratura.

Questo settore non premia chi aspetta, ma chi crea, chi propone, chi osa. La gavetta, oggi, è dimostrare sul campo, in autonomia, di avere idee e la capacità di realizzarle.

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metadata come strumento di marketing

Immagina di aver scritto una canzone che esplode sulle piattaforme, con milioni di stream, eppure i soldi non arrivano. Non è un incubo: succede ogni giorno. La ragione? Non sono le piattaforme che ti fregano, ma la tua disattenzione ai metadata. Quell’informazione invisibile,nomi, codici, percentuali , che decide se vieni pagato in tempo o se i tuoi guadagni finiscono nella cosiddetta black box del denaro disperso.

Metadata come strumento di marketing

Ecco perché l’intervento di Niclas Molinder – produttore, autore ed editore svedese – pubblicato su WIPO Magazine è un campanello d’allarme che nessun artista o professionista del settore musicale dovrebbe ignorare.

Cosa dice l’articolo

Molinder, che ha fondato insieme a Björn Ulvaeus (ABBA) e Max Martin la piattaforma Session Studio, insiste su un punto semplice ma potente: se i creatori non raccolgono e condividono i metadata fin dall’inizio, l’industria non potrà farlo al posto loro. Questo significa:

  • Identificativi univoci (IPI, IPN, ISNI) condivisi tra i collaboratori;
  • Accordi chiari sulle percentuali di suddivisione prima della pubblicazione;
  • Utilizzo di strumenti compatibili con standard come DDEX-RIN;
  • Educazione continua sul valore della proprietà intellettuale.

Molinder ricorda che anche se Spotify ha distribuito oltre 10 miliardi di dollari in royalty nel 2024, molti autori continuano a non ricevere ciò che spetta loro. Il problema non è la “cattiva fede” delle piattaforme o delle etichette, ma la mancanza di dati accurati e trasparenti.

QUINDI, SECONDO ME

Qui tocchiamo un nervo scoperto e posso dirlo senza mezzi termini: la cura dei metadati è l’elemento meno sexy ma più decisivo per il successo a lungo termine. È come un’assicurazione: nessuno ci pensa quando le cose vanno bene, ma quando manca ti accorgi che stai perdendo soldi e opportunità.

Spesso i musicisti credono che basta fare musica, ma oggi l’industria è un business dei dati. Ogni stream, ogni utilizzo in sync, ogni passaggio radiofonico passa attraverso database che devono sapere chi ha fatto cosa. Se i dati sono incompleti o contraddittori, il flusso di denaro si blocca. E indovina? Il sistema non si fermerà ad aspettare te.

Molinder propone un cambio di mentalità: trattare la gestione dei metadati come un lavoro professionale, esattamente come un cameriere che deve fornire codice fiscale e ore lavorate per ricevere lo stipendio.

Perché ti riguarda da vicino

Se sei un cantautore, un produttore o anche solo un collaboratore occasionale, ignorare i metadati significa:

  1. Ritardi nei pagamenti: potresti aspettare mesi (o anni) per soldi già guadagnati.
  2. Crediti mancanti: il tuo nome non appare dove dovrebbe, limitando la tua reputazione e opportunità future.
  3. Perdita di revenue: i tuoi guadagni finiscono nella black box e magari vengono redistribuiti ad altri autori più tracciabili.
  4. Relazioni complicate: senza accordi chiari, i conflitti con co-autori o editori diventano inevitabili.
Il problema di fondo

Molinder lo dice senza giri di parole: l’industria musicale è lenta e inefficiente quando deve correggere errori a posteriori. L’unica soluzione è fare bene il lavoro alla fonte. Non dopo, non a posteriori.

Eppure la resistenza psicologica è fortissima. Parlare di suddivisioni e percentuali subito dopo aver scritto una canzone può sembrare brutto, può rovinare l’atmosfera creativa. Ma evitare quella conversazione porta a problemi ben più seri.

Ecco il paradosso: molti autori si lamentano di non essere pagati, ma sono gli stessi che non hanno mai concordato per iscritto chi detiene quale parte della canzone.

Un punto di svolta educativo

Qui entra in gioco CLIP (Creators Learn Intellectual Property), l’iniziativa educativa fondata da Molinder. Una piattaforma gratuita, disponibile in sette lingue, sostenuta dai principali enti del settore. È un passo avanti enorme perché fornisce strumenti chiari e validati per formare i creatori musicali, che troppo spesso entrano nel mercato senza alcuna preparazione in materia di diritti e business.

La vera sfida, però, è culturale: convincere i musicisti a vedere la gestione dei dati non come un peso burocratico, ma come parte integrante della loro carriera artistica.

Il marketing musicale e i metadata

Su una cosa voglio essere chiaro: i metadati non sono solo royalty, ma marketing puro. Ogni volta che i tuoi crediti sono completi, aumenti la tua reputazione digitale. Il tuo nome compare nelle ricerche, vieni trovato per collaborazioni, il tuo catalogo acquista valore. È una questione di visibilità e discoverability.
Senza metadati curati, è come avere un profilo Instagram senza bio, senza foto e senza link: esisti, ma nessuno ti trova.

Cosa puoi fare?
  • *Non delegare ciecamente a etichette o manager: i metadata sono responsabilità tua.
  • Discuti sempre le percentuali subito, per quanto scomodo possa sembrare.
  • Usa strumenti standardizzati: Session Studio, Connex, piattaforme compatibili con DDEX.
  • Cerca informazioni precise su questi metadata sul sito SIAE.
  • Tratta la cura dei dati come parte del tuo processo creativo.

Se oggi uscisse il tuo prossimo singolo e facesse milioni di stream, sei sicuro che tutti i collaboratori abbiano i tuoi stessi dati e che le tue percentuali siano registrate? Oppure rischi che il tuo lavoro finisca disperso nella black box?

La verità è che il successo senza dati solidi è un castello di sabbia.

Se vuoi davvero proteggere la tua carriera musicale, il primo passo non è scrivere la prossima hit, ma sederti con i tuoi collaboratori e compilare insieme i dati chiave: identificativi, percentuali, crediti. Fallo subito, anche con carta e penna, e poi digitalizza tutto. Non rimandare.

Vai all’articolo originale su WIPO

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Le royalty nell’era dell’intelligenza artificiale

Sono passati meno di due anni da quando dispensavo buoni consigli riguardo le royalty nell’era dello streaming. Fermo restando che i buoni consigli restano validi, l’artista musicale oggi deve affrontare il nuovo scenario disegnato dalle intelligenze artificiali generative applicate alla musica.

Le royalty nell'era dell'intelligenza artificiale.

Dorien Herremans in un articolo di WIPO Magazine cerca di mettere ordine nel terremoto generato dall’avvento dell’IA generativa: uno strumento digitale, un sistema, in grado di creare un brano in pochi secondi. Melodia, armonia, ritmo, timbro: tutto pronto in tempo reale. Il problema? Questi modelli vengono “allenati” su musica scritta da artisti veri, con mani vere, cuori veri.

Qui nasce la frattura: come proteggere e pagare i musicisti quando i loro lavori diventano mattoni invisibili di un algoritmo?Il salto è enorme, ma porta con sé un dilemma che la tecnologia non ha ancora risolto: chi è l’autore e chi ha diritto a essere pagato?

La signora Herremans si concentra su alcuni punti critici che toccano direttamente gli interessi degli autori delle composizioni musicali in questo contesto, provo a riassumerli:

  1. Dal cervello umano all’AI
    Così come noi apprendiamo la musica con un processo di “statistical learning” (riconoscendo schemi e aspettative sonore), le reti neurali fanno lo stesso: non memorizzano i brani interi, ma ne interiorizzano le strutture statistiche. Non c’è un archivio di canzoni dentro Suno o Udio: ci sono miliardi di parametri che descrivono probabilità e relazioni musicali.

    Questa somiglianza spiega anche la complessità legale: se il modello non copia le canzoni ma ne interiorizza gli schemi, possiamo dire che “ruba” musica? Oppure fa la stessa cosa che fa la nostra mente quando scriviamo un brano influenzato da ciò che abbiamo ascoltato?

    In pratica, la differenza tra ispirazione umana e training AI diventa sottile. Ed è proprio qui che nasce il dibattito: dove finisce l’apprendimento e dove inizia la violazione del copyright.

  2. Trasparenza mancante
    Se il progetto open-source Mustango dichiara di usare dati Creative Commons, le grandi piattaforme non rivelano quali brani hanno nutrito i loro modelli. E senza accesso ai dataset di training, capire se il tuo pezzo è stato usato diventa quasi impossibile.
  3. Compensi e licenze
    L’industria si sta chiedendo: un modello allenato su Taylor Swift e su un cantautore emergente deve esser pagato allo stesso modo? Probabilmente no. Serve un meccanismo dinamico, basato su quanto il valore economico di un artista influenza il risultato generato.
  4. Tecniche di rilevamento
    Nelle tecniche di addestramento di un IA, ci sono dei modelli di insegnamento che cercano di capire se un brano specifico è stato usato nel training. Se funzionassero, potrebbero aprire la strada a sistemi di royalty più equi.
  5. AI come alleato, non sostituto
    La visione più promettente non è un’AI che produce brani al posto dei musicisti, ma che diventa uno strumento creativo: suggerire armonizzazioni, completare sezioni melodiche, accelerare workflow. Un co-pilota creativo, non un rimpiazzo.

Dal mio punto di vista, però, il vero rischio non è che l’AI rubi la musica agli artisti, ma che rubi la fiducia del pubblico.

Perché la musica non è mai stata solo suono: è contesto, autenticità, storytelling. Spotify non ha ucciso i musicisti, ma ha cambiato il modo in cui si monetizza. TikTok non ha distrutto le band, ma ha ridefinito la viralità. Con l’AI sta accadendo lo stesso: il pubblico non smetterà di amare gli artisti, ma chiederà più trasparenza su cosa sta ascoltando e su chi ci guadagna.

Attualmente, vedo tre problemi che minano il mercato musicale e su cui si sta lavorando per risolverli:

  • Licenze opache: Se non sappiamo quali brani nutrono un modello, come possiamo accettare che il risultato venga monetizzato?
  • Pagamenti generici: Non è giusto che un artista riceva la stessa quota di Taylor Swift, ad esempio, se il prompt richiama esplicitamente la sua musica.
  • Narrativa mancante: Se un brano AI suona bene ma non ha una storia dietro, come può costruire un legame emotivo col pubblico?

Oramai il treno è partito e pensare di fermare lo sviluppo dell’IA è impensabile. Più sensato è impegnarsi nel governarne l’uso con logiche nuove. Alcune delle proposte sul piatto sono:

  • Licenze dinamiche: pagamenti proporzionali al livello di influenza dell’artista sul risultato.
  • Trasparenza obbligatoria: dichiarare quali dataset sono stati usati, come avviene già per le fonti giornalistiche.
  • AI come servizio, non come prodotto: le piattaforme dovrebbero presentare l’AI come uno strumento per accelerare la creatività, non come fabbrica di hit anonime.

Come artista musicista, la cosa che più di ogni altra dovresti temere è però la la saturazione del mercato. Quando chiunque può generare 100 canzoni al giorno, la vera battaglia non sarà più avere un brano, ma essere ascoltato.

Ma se sei un lettore di questo blog o hai avuto il piacere di collaborare con me, sai già quali sono le soluzioni per sfuggire alla trappola della saturazione (che di fatto già esiste):

  • Il valore di un artista non sarà nella melodia, ma nel brand personale.
  • Le community diventeranno più importanti delle classifiche.
  • L’autenticità sarà la valuta più rara.

In pratica, mentre i brani AI possono suonare perfetti, tu artista umano puoi offrire qualcosa che nessuna rete neurale copierà mai: esperienze, relazioni, identità.

Ogni rivoluzione tecnologica divide: da un lato chi la teme, dall’altro chi la sfrutta. La vera domanda che dovremmo porci non è “può l’AI scrivere musica meglio di noi?”, ma piuttosto: come vogliamo che la musica del futuro rifletta ancora i valori, i diritti e le emozioni di chi la crea?

E qui passo a te: pensi che l’AI diventerà un alleato indispensabile per gli artisti, o che finirà per svuotare di senso la musica stessa?

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Le 42 leggi universali del digital carisma: La fusione tra vita digitale e reale è il futuro della comunicazione

di Rudy Bandiera
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Si è sempre erroneamente sostenuto che la vita reale e la vita digitale siano distinte, generando errori semantici più volte perpetrati dai media quali “il popolo della Rete”, come se offline il popolo fosse un altro! La verità è diversa: la vita reale e la vita digitale sono due facce della stessa medaglia, anzi sono la stessa faccia della stessa medaglia, ormai talmente fuse in un unico plasma che si potrebbero immaginare come due liquidi di diverso colore lasciati liberi di miscelarsi in un nuovo cromatismo, non più separati ma uniti, amalgamati. Si è sempre parlato di personal branding abbinato alla personalità online e di carisma associato a una tipologia di personalità offline ma, se on e off sono saldati, allora lo saranno anche personal branding e carisma. Il carisma è qualcosa che può essere coltivato anche in ambito digital ovvero anche in non-presenza, dove non occorre la fisicità. Sì, per la prima volta nella storia siamo di fronte a un nuovo modo di approcciarci alla realtà: attraverso la vita reale (VR) e la vita digitale (VD).
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Quanta gente mi porti?

Nelle notti del Bobby Durham Jazz Camp era inevitabile che uscisse l’annosa diatriba tra musicisti e locali, il noto solo se suoni gratis o quanta gente mi porti?.

Musicista, quanta gente mi porti?

Dato che in quella rilassata chiacchierata non sono riuscito a esprimermi bene con il mio interlocutore, che ha manifestato più di qualche perplessità sul mio pensiero, ne approfitto per mettere nero su bianco il mio punto di vista. Una visione, non proprio farina del mio sacco,  ma che condivido perché trova riscontri oggettivi nell’analisi del mercato dell’intrattenimento e anche nell’esperienza di musicisti che hanno trovato una risposta a questo dilemma.

Prima di ogni considerazione, vediamo di capire perché un locale, ristorante, pub, gelateria, albergo, fa musica dal vivo, qual’è il suo scopo?

Normalmente, il gestore di un locale offre musica dal vivo ai suoi clienti per una scelta di marketing. Ovvero vuole fidelizzare la sua clientela e magari acquisirne di nuova, magari vuole arricchire la sua offerta distinguendosi dalla concorrenza; lo scopo resta sempre quello dell’investimento per aumentare il guadagno giornaliero e posizionarsi in un pubblico che gode di frequentare un luogo culturalmente attivo.

In breve, un locale investe in musica dal vivo per mantenere un suo status e per migliorarlo. Lo scopo è il guadagno, volgarmente detto fare cassa. Un locale non fa live per farsi bello, per crearsi un prestigio, questi non sono i suoi fini ultimi; il prestigio generato dalla presenza di musica live è il mezzo, non il fine, con cui il locale cerca di guadagnare il più possibile dalla serata.

Perché, ordunque, tu potresti considerare di suonare gratis in una determinata occasione?

Potresti considerare questa ipotesi nel caso tu valuti che tra il pubblico di quel locale potrebbe esserci una fetta di pubblico che ancora non hai raggiunto. In questo caso, gli interessi tuoi e del locale coincidono: avere nuovo pubblico.

Se sei un artista musicale o una band già con un suo pubblico fedele, ovviamente il tuo potere contrattuale sarà più forte e avrai occasione di puntare più in alto, ma se ti trovi in suolo straniero o sei un esordiente senza un suo pubblico consolidato, dovresti tenere in considerazione la possibilità di investire sul locale che ti ha ingaggiato, anche per una cifra modesta.

Il tuo fine di artista musicale perciò non è accapararti una serata in quel locale, ma raggiungere e fare tuo il pubblico che frequenta quel locale.

Ma per ottenere questo non ti basterà portare sul posto i tuoi quattro strumenti ed eseguire diligentemente il tuo spettacolo. Dovrai progettare una vera performance dove ti presenterai a questo pubblico nuovo e lascerai un ricordo memorabile.

Non ti limiterai ad un semplice seguimi su Spotify a fine concerto, ma durante lo spettacolo troverai modo di raccontarti e raccontare il tuo repertorio così come fai, dovresti fare, sui tuoi canali online: social, sito etc…

A questo punto hai trasformato il tuo live nel pub in una vera e propria operazione di marketing dalla quale ne trarrai beneficio. Il live diventa un modo per acquisire nuovi contatti sui quali costruire e ampliare il tuo pubblico e trovare un posizionamento nel difficile mercato della musica di intrattenimento.

Appendici

  1. Ti starai chiedendo ma devo proprio suonare gratis?
    Beh, solo se hai una base fan di 20 persone e ti chiama il Blue Note o il Bravo Café per riempire un buco. Altrimenti esigi almeno un rimborso spese.
  2. Suona gratis solo se è per beneficenza certificata, comunque fatti offrire la cena.
  3. Se un’associazione o un ente pubblico ti chiama per una rassegna atta a promuovere la cultura e poi ti offre due spicci, fallo notare; ma se la platea o la situazione è interessante e può darti lustro, accetta.
  4. Prima di approcciare un locale per offrirgli un live, fai un indagine di mercato per capire se tra gli avventori c’è del tuo pubblico di riferimento.
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Dimmi chi sei. Scopri perché sei unico e ottieni attenzione, fiducia e contatti

di Riccardo Scandellari
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Le persone sono semplici da comprendere: vogliono essere ascoltate, gratificate e apprezzate. Possiamo identificare il principio di qualsiasi attività di marketing in una semplice domanda: “Dimmi chi sei”. Un quesito che bisogna rivolgere prima a se stessi, per mettere a fuoco la propria identità, e poi al pubblico che si vuole ottenere. “Dimmi chi sei” è la domanda chiave che permette di entrare in contatto con la propria audience e che permetterà di sviluppare una narrazione che parli del proprio pubblico. In questo libro Riccardo Scandellari, esperto di marketing e personal branding, invita a rivolgersi verso un tipo di marketing più umano, etico e concreto. Una scelta che permette di distinguersi nettamente dalla folla di concorrenti e improvvisati che sul web fanno a gara a chi urla più forte, per parlare con il pubblico (ma soprattutto ascoltarlo) in modo più onesto, catturarne l’attenzione e conquistarlo con l’impegno, la condivisione e la relazione.
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