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Musica: Trappole e Diritti

Benvenuti nel complesso, ma affascinante backstage della discografia. Troppo spesso chi crea musica si concentra esclusivamente sull’aspetto artistico e creativo, ignorando le regole commerciali e legali che governano il settore. Questa mancata consapevolezza trasforma talenti cristallini in prede facili per contratti svantaggiosi e false promesse.

Nell'indutria musicale ci sono trappole che ti privano dei tuoi diritti d'autore. Le conosci?

Per trasformare la tua passione musicale in una professione reale e tutelata, è fondamentale comprendere la netta differenza tra l’opera astratta e la sua registrazione, capendo come queste generino valore nel mercato. In questo articolo esploreremo i pilastri del diritto musicale: la tutela, il diritto d’autore, la proprietà dei master e i meccanismi della distribuzione.

Il punto di partenza della tua carriera musicale è la comprensione del Diritto d’Autore e della Tutela delle tue opere. Molti credono, erroneamente, che un brano diventi di propria proprietà solo nel momento in cui viene depositato presso una società di gestione collettiva (come SIAE o Soundreef).

La realtà giuridica e fattuale è ben diversa: i diritti d’autore su una composizione nascono nel momento stesso in cui l’opera viene creata e fissata su un supporto. La composizione, intesa come l’unione di testo e melodia, è un’opera dell’ingegno di cui sei proprietario fin dal primo istante.

Per tutelarti legalmente, è sufficiente avere una prova temporale inconfutabile della creazione, come un file audio caricato privatamente su una piattaforma online o salvato sul tuo computer.

I depositi presso le società di collecting non sono uno scudo magico contro i furti, ma servono principalmente per poter raccogliere e gestire i compensi economici generati quando l’opera viene sfruttata, suonata dal vivo o trasmessa.

Mentre il diritto d’autore protegge l’opera astratta (lo spartito e le parole), la Proprietà del Master Fonografico riguarda la registrazione fisica o digitale di quella specifica canzone. Per usare una metafora semplice, se il diritto d’autore è il progetto architettonico di una casa, il master rappresenta i mattoni e le mura della casa stessa.

La regola d’oro per determinare a chi appartiene il master è capire chi ha sostenuto il rischio d’impresa e l’investimento economico per realizzarlo: se l’artista paga di tasca propria lo studio di registrazione, i turnisti e il fonico, egli è l’unico e assoluto proprietario del master.

Per documentare questo, servono sono fatture, bonifici e magari emettere delle lettere d’incarico; pagare in nero, in amicizia, potrebbe costarti caro.

All’interno di questa registrazione, ovviamente, coesisteranno diversi aventi diritto, come gli autori del testo o gli arrangiatori, i quali percepiranno delle percentuali sui diritti connessi generati dallo sfruttamento del brano, pur non essendo i proprietari fisici della registrazione.

Ora dovrebbe esserti chiara la differenza tra l’opera e la sua registrazione, possiamo quindi passare alla Distribuzione Musicale, un settore in cui regna una profonda confusione, specialmente per quanto riguarda la differenza tra aggregatori e veri distributori.

Gli aggregatori digitali sono servizi a pagamento accessibili a chiunque, che si limitano a fare da tramite per caricare un file audio sulle piattaforme di streaming in cambio di una tariffa.

I veri distributori, invece, operano su un livello commerciale superiore: stipulano accordi diretti con le etichette discografiche, decidono le politiche di posizionamento dei brani e hanno una reale capacità di negoziare l’inserimento della musica in vetrine digitali o playlist rilevanti.

Tuttavia, è cruciale comprendere che caricare un brano online tramite un aggregatore non equivale a promuoverlo. La distribuzione da sola è del tutto inutile se non è supportata da una solida strategia di marketing e da un modello di business. Affidarsi al caso o al colpo di fortuna non porta mai a una carriera sostenibile.

Ora che abbiamo definito le fondamenta, vorrei metterti in guardia dalle numerose trappole da evitare che infestano il mercato musicale e che costano care agli artisti meno esperti.

La prima trappola è l’illusione del lavoro gratis o della generica collaborazione. Nel business musicale, la parola gratis nasconde quasi sempre una cessione di diritti. Se, ad esempio, vai a registrare nel piccolo studio di un tuo amico o conoscente e ti offre il lavoro gratuitamente, dal punto di vista legale la proprietà di quel master in molti casi diventa sua, poiché è lui che ha prestato il lavoro e i mezzi tecnici senza ricevere un compenso.

In mancanza di una transazione economica tracciabile o di un accordo scritto preliminare, ti ritroverai a non possedere la tua stessa musica. È perciò essenziale pagare i professionisti, che siano produttori, tecnici o turnisti, stabilendo chiaramente che si tratta di un lavoro su commissione, affinché la proprietà dell’opera finita rimanga interamente nelle tue mani.

La seconda trappola riguarda il mescolare i diritti d’autore con i costi di produzione. Capita molto spesso di imbattersi in furbacchioni o finte etichette che ti propongono una produzione o un servizio, chiedendo in cambio delle percentuali sui tuoi punti SIAE e nessun pagamento. Questo è un grave errore strategico.

I punti autoriali rappresentano una rendita vitalizia per il compositore dell’opera e non dovrebbero mai essere usati come moneta di scambio per pagare un servizio tecnico: chi realizza il prodotto deve essere pagato per il suo lavoro artigianale; l’autore deve mantenere la titolarità delle proprie idee creative.

La terza trappola è la cessione sconsiderata della proprietà del master: molte sedicenti etichette discografiche si avvicinano agli artisti promettendo visibilità o distribuzione, chiedendo in cambio la cessione totale del master.

Spesso ti chiedono persino di pagare di tasca vostra le spese promozionali o di ufficio stampa, per poi tenersi la proprietà della registrazione. Un’etichetta seria si assume il rischio d’impresa: se finanzia il disco, possiede il master; se lo pagate voi, il master è vostro.

Per tutelarti ed evitare di perdere il controllo della tua arte, non devi quasi mai cedere la proprietà. Piuttosto, impara a stipulare dei contratti di licenza d’uso; con una licenza, mantieni la proprietà assoluta dell’opera e concedi a un partner commerciale (l’etichetta o il distributore) il permesso temporaneo di utilizzarla e sfruttarla in cambio di una percentuale sui ricavi.

L’ultima e fondamentale trappola da schivare è la firma di documenti e contratti mossi unicamente dall’entusiasmo emotivo.

La fretta di vedere il tuo nome legato a un’azienda musicale porta a firmare accordi capestro, dove la multinazionale o l’etichetta anticipa dei soldi che in realtà si configurano come un prestito. Se le vendite non coprono i costi, ti ritrovi indebitato e privato dei tuoi diritti.

La regola inderogabile è non firmare mai nulla senza aver prima consultato un legale specializzato in diritto dello spettacolo, capace di valutare bilateralmente se quel contratto è davvero utile alla tua specifica progettualità.

Il mercato musicale è un ambiente severo, in cui le emozioni non trovano spazio quando si parla di contratti e proprietà intellettuale. Formati, studia i tuoi diritti, costruisci un tuo modello di sostenibilità economica e difendi la tua musica: solo così potrai navigare in questo mare senza finire in balia di chi vuole approfittare della tua urgenza espressiva.

E se qualcosa di questo articolo non ti è chiaro, scrivimi.

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Rischi e opportunità delle IA musicali

C’è, tra gli artisti musicali esordienti, una discreta confusione sull’IA, in particolare per quanto riguarda i diritti d’autore. Questo non mi meraviglia perché ormai sono rassegnato al fatto che le persone si approccino ai servizi online senza leggere i contratti di fornitura del servizio (con quel che ne consegue quando qualcosa non va per il verso giusto).

Rischi e opportunità delle IA musicali.

In questo articolo cercherò di far chiarezza su alcune cose che riguardano SUNO. Specifico che cercherò, perché si tratta di questioni piuttosto complesse sulle quali ho ancora qualche dubbio (il che significa che se tu pensi di essere meglio informato, sei pregato di correggermi o integrarmi in caso di errori: lasciami un commento).

Una delle domande più controverse riguardo SUNO, è la differenza tra diritto d’autore e licenza commerciale.

Innanzi tutto dobbiamo aver chiaro che per avere i diritti di utilizzo commerciale di una musica prodotta o elaborata con SUNO è necessario avere un abbonamento a pagamento. In questo caso, nel contratto di fornitura del servizio, SUNO afferma di concedere una licenza commerciale alle canzoni create mentre si è iscritti. Questo significa che vengono concessi i diritti di utilizzo commerciale, oltre al diritto di utilizzarle per scopi personali e non commerciali.

I diritti di utilizzo commerciale consentono di monetizzare le tue canzoni come preferisci senza che SUNO rivendichi una quota sui guadagni. Tuttavia, l’uso commerciale non è la stessa cosa di un diritto d’autore o copyright.

Nella pratica, SUNO non verrà a chiederti royalty se pubblichi la canzone sulle app di musica in streaming. Ti sta concedendo una licenza per uso commerciale, la traccia è tua, ma sul contratto è specificato che la concessione dei diritti di utilizzo commerciale non garantisce la protezione del copyright.

Diritti di utilizzo e diritti d’autore (copyright) non sono la stessa cosa. La qualificazione e la protezione del copyright sono determinate dall’ente del copyright (ad esempio SIAE) e non da SUNO.  C’è una grande differenza tra proprietà e diritti d’autore, perché nella musica ci sono molti altri fattori che determinano i diritti oltre alla semplice proprietà.

Se fai una ricerca su Google chiedendo se puoi proteggere con copyright i contenuti generati dall’intelligenza artificiale, vedrai che nell’Unione Europea, quindi anche in Italia, è richiesta la paternità umana sulla scrittura del brano. Il diritto d’autore nell’UE protegge le opere che sono risultato di una “creazione intellettuale propria dell’autore”. Poiché l’IA non è un essere umano, la musica creata autonomamente da un algoritmo (premendo semplicemente “genera”) non è protetta da copyright. Se invece, un musicista usa l’IA come strumento, apportando modifiche, integrazioni o arrangiamenti sostanziali al brano generato, può rivendicare la titolarità dei diritti sulla versione finale.

In pratica, puoi incorporare contenuti generati dall’intelligenza artificiale solo se puoi dimostrare un contributo creativo significativo modificato o scritto da un umano.

In realtà, questa questione, in tutta la sua complessità, non ha ancora trovato un assetto legislativo chiaro. Tutto il quadro normativo è ancora in febbrile evoluzione, quindi, devi tener conto che l’uso dell’IA nella tua musica in futuro potrebbe crearti dei problemi legali.

Per quanto riguarda i diritti del piano gratuito offerto da SUNO, le canzoni realizzate sono destinate esclusivamente all’uso personale e non commerciale e non possono essere monetizzate. In pratica, ti fai la tua musica e te la ascolti, ma non puoi distribuirla o ricavarci profitto.

Ma la cosa più preoccupante che emerge, leggendo i loro termini e condizioni, è che quando carichi la tua musica per elaborarla con l’IA, concedi a SUNO una licenza mondiale d’utilizzo. Questo significa che addestreranno il loro modello IA sulle tue canzoni.

Devi essere ben consapevole che stai concedendo un’ampia licenza per i tuoi contenuti per addestrare il loro modello. Personalmente non caricherei nulla che non voglio venga studiato, riutilizzato o fatto trapelare. Una professionista come Taylor Swift, che protegge la sua proprietà intellettuale meglio di chiunque altro, non caricherebbe mai le sue canzoni inedite su SUNO proprio per questo motivo.

Ma la preoccupazione più grande che dovresti avere, è che ti stai assumendo l’intero rischio legale sulle tue creazioni con IA. Se il tuo brano generato suona come quello di qualcun altro e vieni denunciato per plagio, la responsabilità ricadrà al 100% su di te: SUNO ti ha avvisato, è stato chiaro sui suoi limiti, non avrai scappatoie.

Questo è un altro dei motivi per cui è i piani a pagamento non garantiscono il copyright: il rischio di non unicità del brano generato.

Cosa è prudente fare in un contesto normativo così confuso ed in evoluzione? Personalmente ti consiglierei di ragionare con una certa lungimiranza aziendale. Tu non sai se il brano su cui ti stai dedicando, usando l’IA, farà il botto o meno, ma qualora succeda è meglio che tu sia pronto a rivendicare ogni tuo legittimo diritto sull’opera che hai composto di prima persona ed eseguito con l’ausilio dell’IA.

Per prima cosa, se non vuoi che ti rubino la musica, non caricare mai il cuore e l’anima del tuo nuovo brano su SUNO sperando che non ne derivi un plagio.

Tuttavia, se avessi solo un testo e una melodia e volessi usare l’AI, prenderei queste precauzioni:

  • Prima di tutto proteggerei il mio testo e una demo vocale tramite un servizio blockchain di marca temporale come, Wipo Proof, Patamu, Instant IP, ma anche SIAE o altri. In questo modo avrai la prova inconfutabile e difendibile della paternità dell’opera antecedente all’utilizzo dell’IA.
  • Solo dopo prenderei quella melodia, magari cantando solo dei “la la la” al posto del testo, e la caricherei su SUNO usando un prompt molto dettagliato per impostare l’atmosfera e il genere musicale che cerco. Così facendo sto restringendo di molto ciò che l’intelligenza artificiale può imparare, ma prima di ogni cosa, avendo sempre in mano una prova temporale per difendermi da future accuse di plagio o problemi analoghi.

Ora, almeno queste cose basilari dovresti averle chiare. Se hai altre informazioni più complete o un’esperienza da raccontare, lascia un commento sotto questo articolo, oppure scrivimi in privato.

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metadata come strumento di marketing

Immagina di aver scritto una canzone che esplode sulle piattaforme, con milioni di stream, eppure i soldi non arrivano. Non è un incubo: succede ogni giorno. La ragione? Non sono le piattaforme che ti fregano, ma la tua disattenzione ai metadata. Quell’informazione invisibile,nomi, codici, percentuali , che decide se vieni pagato in tempo o se i tuoi guadagni finiscono nella cosiddetta black box del denaro disperso.

Metadata come strumento di marketing

Ecco perché l’intervento di Niclas Molinder – produttore, autore ed editore svedese – pubblicato su WIPO Magazine è un campanello d’allarme che nessun artista o professionista del settore musicale dovrebbe ignorare.

Cosa dice l’articolo

Molinder, che ha fondato insieme a Björn Ulvaeus (ABBA) e Max Martin la piattaforma Session Studio, insiste su un punto semplice ma potente: se i creatori non raccolgono e condividono i metadata fin dall’inizio, l’industria non potrà farlo al posto loro. Questo significa:

  • Identificativi univoci (IPI, IPN, ISNI) condivisi tra i collaboratori;
  • Accordi chiari sulle percentuali di suddivisione prima della pubblicazione;
  • Utilizzo di strumenti compatibili con standard come DDEX-RIN;
  • Educazione continua sul valore della proprietà intellettuale.

Molinder ricorda che anche se Spotify ha distribuito oltre 10 miliardi di dollari in royalty nel 2024, molti autori continuano a non ricevere ciò che spetta loro. Il problema non è la “cattiva fede” delle piattaforme o delle etichette, ma la mancanza di dati accurati e trasparenti.

QUINDI, SECONDO ME

Qui tocchiamo un nervo scoperto e posso dirlo senza mezzi termini: la cura dei metadati è l’elemento meno sexy ma più decisivo per il successo a lungo termine. È come un’assicurazione: nessuno ci pensa quando le cose vanno bene, ma quando manca ti accorgi che stai perdendo soldi e opportunità.

Spesso i musicisti credono che basta fare musica, ma oggi l’industria è un business dei dati. Ogni stream, ogni utilizzo in sync, ogni passaggio radiofonico passa attraverso database che devono sapere chi ha fatto cosa. Se i dati sono incompleti o contraddittori, il flusso di denaro si blocca. E indovina? Il sistema non si fermerà ad aspettare te.

Molinder propone un cambio di mentalità: trattare la gestione dei metadati come un lavoro professionale, esattamente come un cameriere che deve fornire codice fiscale e ore lavorate per ricevere lo stipendio.

Perché ti riguarda da vicino

Se sei un cantautore, un produttore o anche solo un collaboratore occasionale, ignorare i metadati significa:

  1. Ritardi nei pagamenti: potresti aspettare mesi (o anni) per soldi già guadagnati.
  2. Crediti mancanti: il tuo nome non appare dove dovrebbe, limitando la tua reputazione e opportunità future.
  3. Perdita di revenue: i tuoi guadagni finiscono nella black box e magari vengono redistribuiti ad altri autori più tracciabili.
  4. Relazioni complicate: senza accordi chiari, i conflitti con co-autori o editori diventano inevitabili.
Il problema di fondo

Molinder lo dice senza giri di parole: l’industria musicale è lenta e inefficiente quando deve correggere errori a posteriori. L’unica soluzione è fare bene il lavoro alla fonte. Non dopo, non a posteriori.

Eppure la resistenza psicologica è fortissima. Parlare di suddivisioni e percentuali subito dopo aver scritto una canzone può sembrare brutto, può rovinare l’atmosfera creativa. Ma evitare quella conversazione porta a problemi ben più seri.

Ecco il paradosso: molti autori si lamentano di non essere pagati, ma sono gli stessi che non hanno mai concordato per iscritto chi detiene quale parte della canzone.

Un punto di svolta educativo

Qui entra in gioco CLIP (Creators Learn Intellectual Property), l’iniziativa educativa fondata da Molinder. Una piattaforma gratuita, disponibile in sette lingue, sostenuta dai principali enti del settore. È un passo avanti enorme perché fornisce strumenti chiari e validati per formare i creatori musicali, che troppo spesso entrano nel mercato senza alcuna preparazione in materia di diritti e business.

La vera sfida, però, è culturale: convincere i musicisti a vedere la gestione dei dati non come un peso burocratico, ma come parte integrante della loro carriera artistica.

Il marketing musicale e i metadata

Su una cosa voglio essere chiaro: i metadati non sono solo royalty, ma marketing puro. Ogni volta che i tuoi crediti sono completi, aumenti la tua reputazione digitale. Il tuo nome compare nelle ricerche, vieni trovato per collaborazioni, il tuo catalogo acquista valore. È una questione di visibilità e discoverability.
Senza metadati curati, è come avere un profilo Instagram senza bio, senza foto e senza link: esisti, ma nessuno ti trova.

Cosa puoi fare?
  • *Non delegare ciecamente a etichette o manager: i metadata sono responsabilità tua.
  • Discuti sempre le percentuali subito, per quanto scomodo possa sembrare.
  • Usa strumenti standardizzati: Session Studio, Connex, piattaforme compatibili con DDEX.
  • Cerca informazioni precise su questi metadata sul sito SIAE.
  • Tratta la cura dei dati come parte del tuo processo creativo.

Se oggi uscisse il tuo prossimo singolo e facesse milioni di stream, sei sicuro che tutti i collaboratori abbiano i tuoi stessi dati e che le tue percentuali siano registrate? Oppure rischi che il tuo lavoro finisca disperso nella black box?

La verità è che il successo senza dati solidi è un castello di sabbia.

Se vuoi davvero proteggere la tua carriera musicale, il primo passo non è scrivere la prossima hit, ma sederti con i tuoi collaboratori e compilare insieme i dati chiave: identificativi, percentuali, crediti. Fallo subito, anche con carta e penna, e poi digitalizza tutto. Non rimandare.

Vai all’articolo originale su WIPO

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Le royalty nell’era dell’intelligenza artificiale

Sono passati meno di due anni da quando dispensavo buoni consigli riguardo le royalty nell’era dello streaming. Fermo restando che i buoni consigli restano validi, l’artista musicale oggi deve affrontare il nuovo scenario disegnato dalle intelligenze artificiali generative applicate alla musica.

Le royalty nell'era dell'intelligenza artificiale.

Dorien Herremans in un articolo di WIPO Magazine cerca di mettere ordine nel terremoto generato dall’avvento dell’IA generativa: uno strumento digitale, un sistema, in grado di creare un brano in pochi secondi. Melodia, armonia, ritmo, timbro: tutto pronto in tempo reale. Il problema? Questi modelli vengono “allenati” su musica scritta da artisti veri, con mani vere, cuori veri.

Qui nasce la frattura: come proteggere e pagare i musicisti quando i loro lavori diventano mattoni invisibili di un algoritmo?Il salto è enorme, ma porta con sé un dilemma che la tecnologia non ha ancora risolto: chi è l’autore e chi ha diritto a essere pagato?

La signora Herremans si concentra su alcuni punti critici che toccano direttamente gli interessi degli autori delle composizioni musicali in questo contesto, provo a riassumerli:

  1. Dal cervello umano all’AI
    Così come noi apprendiamo la musica con un processo di “statistical learning” (riconoscendo schemi e aspettative sonore), le reti neurali fanno lo stesso: non memorizzano i brani interi, ma ne interiorizzano le strutture statistiche. Non c’è un archivio di canzoni dentro Suno o Udio: ci sono miliardi di parametri che descrivono probabilità e relazioni musicali.

    Questa somiglianza spiega anche la complessità legale: se il modello non copia le canzoni ma ne interiorizza gli schemi, possiamo dire che “ruba” musica? Oppure fa la stessa cosa che fa la nostra mente quando scriviamo un brano influenzato da ciò che abbiamo ascoltato?

    In pratica, la differenza tra ispirazione umana e training AI diventa sottile. Ed è proprio qui che nasce il dibattito: dove finisce l’apprendimento e dove inizia la violazione del copyright.

  2. Trasparenza mancante
    Se il progetto open-source Mustango dichiara di usare dati Creative Commons, le grandi piattaforme non rivelano quali brani hanno nutrito i loro modelli. E senza accesso ai dataset di training, capire se il tuo pezzo è stato usato diventa quasi impossibile.
  3. Compensi e licenze
    L’industria si sta chiedendo: un modello allenato su Taylor Swift e su un cantautore emergente deve esser pagato allo stesso modo? Probabilmente no. Serve un meccanismo dinamico, basato su quanto il valore economico di un artista influenza il risultato generato.
  4. Tecniche di rilevamento
    Nelle tecniche di addestramento di un IA, ci sono dei modelli di insegnamento che cercano di capire se un brano specifico è stato usato nel training. Se funzionassero, potrebbero aprire la strada a sistemi di royalty più equi.
  5. AI come alleato, non sostituto
    La visione più promettente non è un’AI che produce brani al posto dei musicisti, ma che diventa uno strumento creativo: suggerire armonizzazioni, completare sezioni melodiche, accelerare workflow. Un co-pilota creativo, non un rimpiazzo.

Dal mio punto di vista, però, il vero rischio non è che l’AI rubi la musica agli artisti, ma che rubi la fiducia del pubblico.

Perché la musica non è mai stata solo suono: è contesto, autenticità, storytelling. Spotify non ha ucciso i musicisti, ma ha cambiato il modo in cui si monetizza. TikTok non ha distrutto le band, ma ha ridefinito la viralità. Con l’AI sta accadendo lo stesso: il pubblico non smetterà di amare gli artisti, ma chiederà più trasparenza su cosa sta ascoltando e su chi ci guadagna.

Attualmente, vedo tre problemi che minano il mercato musicale e su cui si sta lavorando per risolverli:

  • Licenze opache: Se non sappiamo quali brani nutrono un modello, come possiamo accettare che il risultato venga monetizzato?
  • Pagamenti generici: Non è giusto che un artista riceva la stessa quota di Taylor Swift, ad esempio, se il prompt richiama esplicitamente la sua musica.
  • Narrativa mancante: Se un brano AI suona bene ma non ha una storia dietro, come può costruire un legame emotivo col pubblico?

Oramai il treno è partito e pensare di fermare lo sviluppo dell’IA è impensabile. Più sensato è impegnarsi nel governarne l’uso con logiche nuove. Alcune delle proposte sul piatto sono:

  • Licenze dinamiche: pagamenti proporzionali al livello di influenza dell’artista sul risultato.
  • Trasparenza obbligatoria: dichiarare quali dataset sono stati usati, come avviene già per le fonti giornalistiche.
  • AI come servizio, non come prodotto: le piattaforme dovrebbero presentare l’AI come uno strumento per accelerare la creatività, non come fabbrica di hit anonime.

Come artista musicista, la cosa che più di ogni altra dovresti temere è però la la saturazione del mercato. Quando chiunque può generare 100 canzoni al giorno, la vera battaglia non sarà più avere un brano, ma essere ascoltato.

Ma se sei un lettore di questo blog o hai avuto il piacere di collaborare con me, sai già quali sono le soluzioni per sfuggire alla trappola della saturazione (che di fatto già esiste):

  • Il valore di un artista non sarà nella melodia, ma nel brand personale.
  • Le community diventeranno più importanti delle classifiche.
  • L’autenticità sarà la valuta più rara.

In pratica, mentre i brani AI possono suonare perfetti, tu artista umano puoi offrire qualcosa che nessuna rete neurale copierà mai: esperienze, relazioni, identità.

Ogni rivoluzione tecnologica divide: da un lato chi la teme, dall’altro chi la sfrutta. La vera domanda che dovremmo porci non è “può l’AI scrivere musica meglio di noi?”, ma piuttosto: come vogliamo che la musica del futuro rifletta ancora i valori, i diritti e le emozioni di chi la crea?

E qui passo a te: pensi che l’AI diventerà un alleato indispensabile per gli artisti, o che finirà per svuotare di senso la musica stessa?

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Appunti sui contratti musicali.

Puoi parlarci dei tuoi problemi, dei tuoi guaiI migliori, in questo campo siamo noiÈ una ditta specializzata, fa un contratto e vedraiChe non ti pentirai
(Il Gatto e La Volpe – Edoardo Bennato)

Parlando di musica, spesso si parla di creatività, di arte, di passione. Quasi mai si parla di mercato e tanto meno di contratti, che sono strumenti indispensabili per il musicista che non vuole svendersi in un settore in cui girano molti, ma veramente molti soldoni.

Appunti sui contratti musicali

Senza un contratto ben scritto, anche la migliore carriera musicale può trasformarsi in un incubo. Oggi ti dirò quel poco che conosco sulla contrattualistica musicale, un’argomento che ti invito ad approfondire e ad affrontare con consulenti competenti qualora fosse necessario.

Contratti tra membri di una Band

Se hai una band, il primo passo è mettere tutto nero su bianco. Un contratto tra i membri stabilisce regole chiare su:

  • Divisione dei guadagni;
  • Proprietà del nome della band;
  • Responsabilità per strumenti e attrezzature;
  • Diritti sulle canzoni.

Pensaci: cosa succede se un membro lascia il gruppo? Chi detiene i diritti delle canzoni? Un contratto previene discussioni e battaglie legali inutili.

Trasferimento dei Diritti: Chi possiede cosa?

Se sei un solista e lavori con musicisti ospiti, assicurati di stipulare un contratto che chiarisca il trasferimento dei diritti. Questo include:

  • Permessi di utilizzo delle registrazioni;
  • Modalità di pagamento;
  • Eventuali royalties future.

Un accordo scritto evita che un musicista ospite possa reclamare i diritti di una canzone dopo il successo. Non solo, ho  visto bloccare una produzione già andata in stampa solo perché, per distrazione, a un musicista non avevano fatto firmare una liberatoria.

Contratti con le Società di Gestione Collettiva.

Vuoi guadagnare dai tuoi brani? Devi registrarti presso una società di gestione collettiva (SIAE, GEMA, SUISA) che raccoglie le royalties per te. Questo contratto:

  • Assicura che tu venga pagato per ogni utilizzo della tua musica;
  • Protegge i tuoi diritti d’autore a livello globale;
  • Definisce chi nella band riceverà le quote di copyright.

E questo non basta, chiudi un accordo anche con società come Nuovo IMAIE o It’s Right, che si occupano della tutela dei diritti connessi dovuti allo sfruttamento di opere audiovisive e musicali  trasmesse via radio, tv, web, esercizi pubblici.

Contratti con le Etichette Discografiche

Firmare con un’etichetta è il sogno di molti artisti, ma attento ai dettagli:

  • Durata del contratto (evita impegni eccessivamente lunghi);
  • Percentuali sulle royalties;
  • Chi possiede le registrazioni;
  • Detrazioni nascoste.

Molte etichette cercano di vincolare gli artisti per anni, limitando la loro libertà creativa. Altre fanno addirittura di peggio. Prima di firmare, consulta un esperto! Non avere timore, se la tua musica è veramente buona, l’etichetta non vi rinuncerà.

Contratti di Distribuzione

Oggi puoi distribuire la tua musica senza etichetta, grazie a piattaforme digitali. Ma se scegli un distributore, verifica:

  • Durata del contratto;
  • Commissioni e guadagni;
  • Se trasferisci o meno i diritti della tua musica.

Alcuni distributori offrono pacchetti senza obblighi, garantendoti maggiore flessibilità. Altri hanno dei costi che devi valutare con attenzione.

Contratti per le Esibizioni dal Vivo

Ogni concerto ha bisogno di un contratto. Deve includere:

  • Cachet e metodo di pagamento;
  • Condizioni di cancellazione;
  • Spese di viaggio e logistica;
  • Eventuali richieste speciali dell’artista.

Senza un accordo chiaro, rischi di non essere pagato o di affrontare spese impreviste.

Contratti di Produzione e Remix

Se collabori con produttori o remixer, il contratto deve chiarire:

  • Tipologia di pagamento (una tantum o royalties);
  • Chi possiede i diritti sul remix;
  • Durata dell’accordo.

Senza un contratto, il tuo remix potrebbe finire nelle mani sbagliate.

Gestione Artistica e Booking

Un manager può aiutarti a crescere, ma il contratto deve essere equilibrato. Attenzione a:

  • Percentuali sui guadagni;
  • Durata dell’accordo;
  • Attività specifiche del manager.

Un cattivo contratto di management può bloccarti per anni facendoti perdere tempo ed occasioni.

Contratti di Licenza Musicale

Se la tua musica viene usata per film, pubblicità o videogiochi, hai bisogno di un contratto di licenza che deve chiarire:

  • Uso specifico del brano;
  • Durata della licenza;
  • Pagamenti e diritti.

Questo è un’altro genere di contratti che richiede molta attenzione ed è uno dei più ambiti perché in genere è molto remunerativo. Non firmare mai alla leggera.

Il mondo della musica è affascinante, ma senza contratti chiari, puoi perdere soldi e diritti sulle tue stesse creazioni. Ogni artista deve conoscere questi documenti e, quando necessario, rivolgersi a un consulente legale.

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Le persone sono semplici da comprendere: vogliono essere ascoltate, gratificate e apprezzate. Possiamo identificare il principio di qualsiasi attività di marketing in una semplice domanda: “Dimmi chi sei”. Un quesito che bisogna rivolgere prima a se stessi, per mettere a fuoco la propria identità, e poi al pubblico che si vuole ottenere. “Dimmi chi sei” è la domanda chiave che permette di entrare in contatto con la propria audience e che permetterà di sviluppare una narrazione che parli del proprio pubblico. In questo libro Riccardo Scandellari, esperto di marketing e personal branding, invita a rivolgersi verso un tipo di marketing più umano, etico e concreto. Una scelta che permette di distinguersi nettamente dalla folla di concorrenti e improvvisati che sul web fanno a gara a chi urla più forte, per parlare con il pubblico (ma soprattutto ascoltarlo) in modo più onesto, catturarne l’attenzione e conquistarlo con l’impegno, la condivisione e la relazione.
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Le fonti di guadagno nella musica

Fare soldi con la musica non è un gioco da ragazzi. Per esempio, anche una band di successo medio, con un seguito nazionale stabile e un contratto con una label solida, deve affrontare un puzzle complesso di flussi monetari. Se sei un musicista o qualcuno che vuole comprendere come funziona davvero il business musicale, questa analisi ti servirà come una mappa preziosa.

Le fonti di guadagno nella musica

In questo post ti dimostrerò che c’è una verità che emerge con chiarezza: essere un artista non è solo creare musica, ma anche gestire un’impresa.

Partiamo da un concetto chiave che molti sottovalutano: il posizionamento. Che si tratti di autoproduzione o di una major, di un successo locale o di un tour internazionale, ogni artista vive il suo posizionamento nel mercato. Ma attenzione, non è un percorso lineare e non è solo una questione di crescita quantitativa. Anche in un contesto indie o di autoproduzione, i flussi di denaro non smettono mai di essere complicati.

Per chi non è del settore, il concetto di royalties potrebbe sembrare astratto. Sappiamo che ogni volta che una canzone viene acquistata, ascoltata in streaming, passata in radio o usata in un videogioco, ci sono soldi in ballo. Ma la realtà è che i guadagni vengono divisi in mille rivoli: l’etichetta, gli autori, i distributori (come Spotify e iTunes), persino la piattaforma che offre la canzone. E qui comincia il dilemma: quante di queste royalties vanno effettivamente agli artisti?

Dividere la torta delle royalties significa spartire i proventi fra composizione e registrazione, con ulteriori suddivisioni in base a dove e come viene utilizzata la musica. Ecco alcuni esempi chiave che ti faranno riflettere:

Royalties di streaming e download: questi guadagni derivano da streaming, radio online e piattaforme digitali.
Vendita di copie fisiche: qui rientrano le vendite fisiche di cd, vinili e musicassette.
Royalties meccaniche: guadagni derivati dall’ascolto pubblico di supporti fonografici fisici o digitali.
Royalties sulle esibizioni: sia che si tratti di un concerto o dell’uso in luogo pubblico della tua musica.
Diritti connessi: guadagni che spettano a produttori dei supporti fonografici e agli artisti interpreti o esecutori dei brani.
Commissioni licenze synch: Si guadagnano quando la musica è usata in film, pubblicità o videogiochi.

Questa suddivisione richiede una gestione attenta o, come spesso accade, il musicista si ritrova a corto di risorse. Questo perché anche se ci sono più flussi di guadagno, una parte consistente finisce nelle mani di chi offre la piattaforma o fornisce i servizi necessari.

A questo punto vorrei soffermarmi un attimo sulla pratica dell’anticipo discografico, un prestito che la label fornisce per coprire produzione, mastering e artwork. La cosa che molti musicisti non capiscono è che questi soldi sono un debito da ripagare, non un guadagno immediato. E spesso l’importo non copre tutte le spese, obbligando la band a cercare risorse altrove, magari reinvestendo i propri risparmi o affidandosi ai ricavi del merchandising.

Proprio su quest’ultimo punto vale la pena soffermarsi.

Il live e il merchandising sono ancora fondamentali per far quadrare i conti. Ma anche qui, ci sono spese di trasporto, vitto e crew da considerare, tutte cose che assottigliano i profitti. Se pensi che basta riempire un locale per guadagnare, stai sottovalutando la situazione. Le spese da coprire prima di ottenere il vero guadagno sono tantissime, e spesso è il merchandise a dare una spinta in più.

La promozione, altra spina nel fianco per molte band, non è gestita a livello capillare dalla label. Certo, la casa discografica si occupa delle sue pagine social e del sito, ma quando si tratta di creare hype o portare l’attenzione sul nuovo album, è spesso la band stessa a doversi muovere. E non è un lavoro semplice. L’assunzione di esperti in comunicazione o addetti stampa è quasi d’obbligo, e ogni professionista aggiunge un altro costo.

Un musicista deve sempre tener presente che il mondo della musica è un campo minato di complessità finanziarie. Dall’anticipo discografico alla gestione dei diritti, fino alla promozione e al tour, ogni passo richiede pianificazione e, spesso, sacrificio personale.

Ma quindi, come può una band emergente evitare di affondare in questo mare di debiti e complessità? Ecco alcune strategie pratiche:

  1. Diversificare i flussi di guadagno: Non contare solo sulle vendite di album. Sfrutta la sincronizzazione, il merchandising e persino il crowdfunding.
  2. Tagliare le spese superflue: Fai attenzione a dove spendi. A volte autoprodurre un album in parte può essere più vantaggioso.
  3. Investire nella promozione: Anche se l’etichetta non copre tutti gli aspetti, assicurati di avere una strategia di marketing solida. Ogni euro speso in visibilità potrebbe ritorcersi in futuro sotto forma di fanbase fidelizzata.
  4. Sii flessibile: Il mercato musicale cambia costantemente. Sfrutta le opportunità, adatta il tuo posizionamento e cerca nuove vie per monetizzare.

La domanda che dovresti porti è: che cosa stai facendo per garantire che la tua musica non sia solo arte, ma anche business?

Se vuoi far crescere il tuo progetto musicale, è fondamentale mettere in atto strategie mirate e pianificare il tuo lavoro per il raggiungimento di obiettivi concreti.

E tu? Quali strategie hai trovato più efficaci nel bilanciare creatività e business? Scrivimi nei commenti qui sotto e condividiamo idee.

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Marketing musicale in Danimarca: Uno studio sui bisogni degli artisti per la comunicazione di marketing.

di Taryn O’Leary

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A causa del calo delle vendite di CD e dei consumatori economici, l’industria musicale è attualmente impegnata a mantenere vivi i flussi di reddito. Con l’avvento della digitalizzazione e delle nuove tecnologie, l’industria musicale lotta per affrontare e beneficiare dei cambiamenti. Inoltre, gli artisti musicali sono notevolmente gravati dalla mancanza di rimborsi per il loro lavoro creativo a causa dell’aumento complessivo della pirateria musicale e del download illegale. Questa tesi esplora le promozioni degli artisti, la comunicazione di marketing e la gestione delle relazioni come mezzi per sopravvivere nell’ambiente musicale volatile e superare questi tempi di difficoltà. Esamina inoltre il mercato musicale danese e il modo in cui la comunicazione di marketing dovrebbe essere modellata per promuovere gli artisti in modo appropriato e vantaggioso.

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business diritti d'autore royalty Spotify

Le nazioni più redditizie su Spotify

I criteri con cui Spotify distribuisce le royalty ai singoli artisti non è proprio così lineare come alcuni, ancora troppi, pensano. La ripartizione non si basa solo sul conteggio degli ascolti, ma tiene conto anche di altri fattori fra cui il paese di provenienza dell’ascoltatore.

Le nazioni più redditizie su Spotify

Leggi: Le Royalty Spotify spiegate al popolo

Uno dei fattori che determinano le royalty agli aventi diritto è il paese di provenienza degli ascoltatori: Spotify infatti premia gli ascolti provenienti dai paesi con il maggior numero di abbonati Premium elargendo royalty un po’ più cospicue.

Mi sono divertito a spulciare quali sono i paesi più redditizi secondo Spotify e voglio condividere con te il frutto di questa piccola ricerca che può darti un’idea dello stato delle cose.

Secondo la mia ricerca, nell’ecosistema Spotify tra le nazioni meno redditizie troviamo Algeria, Azerbaijan, Uzbekistan e Oman che rendono al massimo circa 0,00000700 dollari per ascolto.

Leggermente meglio l’Albania che si aggira attorno ai 0.00000951 dollari per ascolto, mentre un salto lo abbiamo con Kuwait e Barain  con i loro 0.00003500 dollari per stream.

Nell’est europeoe le cose cominciano andar meglio in Bulgaria e Slovacchia con le loro punte di 0.00015701 dollari per ascolto. Ma ancor più riconoscenti sono le due isole Malta e Taiwan che con i loro 0.00116711 aggiungono un’altro decimale al modesto importo.

Facciamo un saltino nell’America Latina dove scopriamo che Messico e Brasile portano l’importo di un ascolto a 0.00264555 dollari, ma attenzione perché da quelle parti nazioni come la Bolivia ti riportano indietro a 0.00002900 senza passare dal via.

Quando finalmente entri nel club delle nazioni più industrializzate come Italia, USA, Giappone, Francia o Germania l’importo ha un salto di qualità e arriva sino a 0.00674664 dollari per stream.

Ma il top di gamma sono Svizzeri, Scandinavi e le grandi isole d’Europa, Islanda e Regno Unito, che con le loro punte di 0.00854517 dollari per ascolto sono la meta più ambita.

E dopo tutto questo sciorinar di cifre, ora hai le idee più chiare su quanto lavoro devi fare per mettere insieme il pranzo con la cena affidandoti alle royalty di Spotify.

Forse ti serve anche un Piano B, non trovi?


Gli altri ottanta.
Racconti dalla galassia post-punk italiana

di Livia Satriano
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Dopo l’esplosione del punk anche in Italia si è verificato un rinascimento musicale. In un momento di riflusso e stagnazione culturale, alcune band hanno saputo interpretare al meglio e in totale controtendenza il bisogno di cambiamento.

La new wave italiana è il risultato di una contaminazione di molteplici generi tra cui rock, elettronica, pop, reggae e disco music. Le possibilità sembravano infinite e c’era la volontà di costruire qualcosa di realmente diverso. Questi esperimenti hanno generato una scena seguita da migliaia di giovani in fuga dall’individualismo dilagante, gettando le basi per nuove mutazioni che ci hanno accompagnato fino a oggi.

Gli altri Ottanta è un libro che raccoglie le testimonianze di alcuni tra i più importanti musicisti dell’epoca: un racconto corale a partire dai tardi anni settanta per arrivare alla fine del decennio successivo, un periodo di grandi contraddizioni, dalla crisi dei movimenti politici al nuovo boom economico. Gli ottanta non sono soltanto quelli del culto dell’ottimismo e del superfluo, non solo dance e synth-pop commerciale, ma anche un laboratorio di forme di comunicazione innovative.

Qui potrete ascoltare le voci di quattordici musicisti che hanno iniziato a muovere i primi passi proprio allora, un viaggio alle origini della scena musicale indipendente italiana, alla ricerca di quelle magie creative che l’hanno resa indimenticabile.

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diritti d'autore intelligenza artificiale metadata musicali

I Principi per la Creazione Musicale con l’AI di Roland e UMG

Il brand di strumenti musicali Roland e la label Universal Music Group ha stilato un manifesto con i sette principi base che dovrebbero guidare la creazione musicale nell’era dell’intelligenza artificiale.

Principi per la Creazione Musicale con l'AI di Roland e UMG

Lo scopo di questo manifesto è quello di aggregare intelligenze con lo scopo di “un progetto di ricerca collaborativo focalizzato sullo sviluppo di metodi per confermare l’origine e la proprietà della musica” ed inoltre “Adottando questi principi, aziende e organizzazioni si impegnano a proteggere i contributi vitali della creatività umana e allo sviluppo e all’applicazione responsabile dell’intelligenza artificiale per la creazione musicale”.

Questi sono i sette principi base per la creazione musicale con l’intelligenza artificiale:

  1. Crediamo che la musica sia fondamentale per l’umanità. Godere e creare musica è parte integrante della nostra salute, benessere e felicità. La musica fornisce una connessione umana tra noi e il mondo che ci circonda ed è profondamente personale.
  2. Crediamo che l’umanità e la musica siano inseparabili e che la musica con il vero significato non possa esistere senza il contributo creativo diretto delle persone.
  3. Dagli strumenti acustici a quelli elettronici, crediamo che la tecnologia supporti da tempo l’espressione artistica umana e, applicata in modo sostenibile, l’intelligenza artificiale amplificherà la creatività umana.
  4. Crediamo che le opere create dall’uomo debbano essere rispettate e protette e che meritino la tutela del diritto d’autore in modo univoco. L’uso di opere protette da copyright – e l’uso del nome/immagine/somiglianza/voce dell’artista musicale da parte di altri – deve essere autorizzato prima dell’uso e agli artisti musicali dovrebbe essere dato un riconoscimento per il loro contributo.
  5. Riteniamo che la trasparenza sia essenziale per un utilizzo responsabile e affidabile dell’intelligenza artificiale. Per stabilire e mantenere la fiducia di tutte le parti interessate, dai fan agli artisti, le piattaforme e le politiche creative basate sull’intelligenza artificiale devono dare priorità alla tenuta dei registri e alla divulgazione, puntando al contempo luce su coloro che creano.
  6. Crediamo che il punto di vista degli artisti musicali, dei cantautori e di altri creatori debba essere ricercato e rispettato mentre le esperienze creative basate sull’intelligenza artificiale vengono immaginate, pianificate, pianificate e implementate.
  7. Siamo orgogliosi di contribuire a dare vita alla musica. Insieme, attraverso gli strumenti musicali che produciamo, gli artisti e i cantautori che rappresentiamo e i programmi di educazione musicale che supportiamo, ispiriamo e consentiamo la creatività.

Questi principi toccano i punti caldi relativi gli abusi che l’uso dell’IA, per sua natura, può generare e di fatto pongono le basi sul modo in cui può essere regolato il mercato dei diritti d’autore nell’impiego delle intelligenze artificiali generative.

Leggi i 7 Principi su https://aiformusic.info/


Guida completa al Crownfunding

di Carmine La Mura
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Il testo mira ad analizzare gli aspetti civilistici, fiscali ed il funzionamento dello strumento del Crowdfunding, con l’obiettivo di costituire un valido sussidio sia per quanti volessero presentare un progetto, sia per potenziali investitori che invece desiderano meglio approfondire l’argomento.

Analisi, casi operativi, aspetti legali, tributari e suggerimenti per una campagna di successo. L’eBook in pdf di 255 pagine è aggiornato con:

Circolare MiSE del 25 febbraio 2021
Decreto MiSE pubblicato in G.U. il 15 febbraio 2021
Agevolazioni fiscali
Regolamento UE 1503/2020 pubblicato il 7 ottobre 2020 sulla G.U. dell’Unione Europea e applicabile a decorrere dal10 novembre 2021 e disciplina transitoria

Un apposito capitolo è dedicato alla fase di programmazione ed attuazione di una Campagna di Crowdfunding basata sull’analisi di numerosi casi di successo in Italia ed all’estero.

Verranno forniti suggerimenti pratici ed operativi, nonché un’illustrazione degli strumenti e risorse online più utili per lanciare efficacemente la raccolta fondi.

Si partirà da un’analisi del fenomeno, con l’illustrazione di casi operativi, successivamente si illustreranno le diverse forme di Crowdfunding, e le piattaforme più diffuse, analizzandone le caratteristiche peculiari.

Un apposito capitolo illustrerà l’attuale quadro normativo che è stato oggetto nel 2019 di importanti modifiche specie alla disciplina dell’Equity Crowdfunding. Essendo il Crowdfunding uno strumento altamente innovativo, non sempre vi sono specifiche disposizioni tributarie che lo regolamentano, pertanto, a tali problematiche ed alle agevolazioni fiscali fruibili sarà dedicato un apposito approfondimento. L’ultimo capitolo presenterà dei suggerimenti operativi per impostare con successo la propria campagna.

La stessa può suddividersi in una fase pre-lancio ed una fase di lancio, per ognuna vi sono delle attività da svolgere per raggiungere gli obiettivi di raccolta prefissati. Si fornirà uno schema che illustra per ogni fase i compiti da portare a termine, illustrandone successivamente i principali.
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business metadata musicali

I 5 metadata fondamentali

Nonostante i notevoli progressi fatti negli ultimi 20 anni nella gestione dei metadata da parte dell’industria discografica, il sistema delle informazioni connesse alle registrazioni musicali non è ancora perfettamente allineato. Alla base di questo sistema ci sono due codici univoci: il codice ISRC e il codice ISWC che identifica il brano.

I 5 metadata fondamentali

L’International Standard Recording Code identifica una registrazione audio e video musicale a livello internazionale e ne garantisce l’unicità. È tra i più importanti e distribuiti metadata dell’industria musicale al mondo. Questo codice è un identificatore univoco e permanente che riconosce ciascuna specifica registrazione, indipendente dal supporto su cui si trova (CD, file digitale o altro) e identifica una registrazione o un videomusicale esattamente come il codice fiscale identifica una persona fisica. In Italia i codici ISRC vengono rilasciati da FIMI.

I codici ISRC sono comunemente utilizzati dalle società di gestione collettiva (SCF, SIAE, Nuovo IMAIE, AFI, e altre) per la corretta attribuzione dei compensi derivanti dallo sfruttamento del repertorio e per identificare i brani messi in commercio da siti di download e streaming. Sono uno standard identificativo dell’industria discografica internazionale richiesto dalla maggior parte delle aziende di distribuzione digitale e siti di streaming e vendita di contenuti online. Questo perché permette di identificare automaticamente le registrazioni per il pagamento di royalty.

Il secondo metadata fondamentale è il codice ISWC, International Standard Work Code, gestito dalla ISWC International Agency ma normalmente viene rilasciato dalle PRO come SIAE o Soundreef che lo generano all’atto della registrazione del brano. Ricorda che il codice ISWC identifica l’opera nella sua interezza, a differenza del codice ISRC che identifica solo al traccia audio.

A questi due metadata fondamentali, ne vanno aggiunti altri che dipendono direttamente dall’artista autore e/o interprete del brano. Per un corretto funzionamento della filiera del diritto d’autore i metadata che accompagnano un brano devono perciò essere:

  1. i nomi di autori, esecutori, produttori e collaboratori che hanno contribuito alla creazione del brano;
  2. il titolo – e tutti i titoli alternativi;
  3. i codici di ruolo dei creatori (per gli autori, il codice IPI);
  4. il codice ISWC, che identifica in maniera univoca il brano;
  5. il codice ISRC, che identifica in maniera univoca la registrazione.

L’ampio utilizzo di creazioni musicale a vario titolo nel web ha spinto l’industria discografica a creare il Consorzio Internazionale DDEX che si occupa di migliorare la gestione informatica e gli standard per la gestione dei diritti d’autore. Se vuoi approfondire, questo è il sito di DDEX

Per saperne di più sui metadata musicali leggi qui.

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Marketing Musicale: Come sfruttare le playlist di Spotify per promuovere la tua musica

di PlayHola

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“Marketing Musicale: Come sfruttare le playlist di Spotify per promuovere la tua musica” è la guida essenziale per gli artisti che desiderano fare della promozione musicale il loro punto di forza. Grazie ai consigli di PlayHola, brand specializzato nel marketing musicale, imparerai come creare playlist efficaci, ottimizzare la tua presenza su Spotify e promuovere la tua musica attraverso i canali più adatti. Scopri come utilizzare al meglio le playlist di Spotify, una vera e propria arma nel mondo del marketing musicale, per raggiungere un pubblico più ampio e far crescere la tua carriera artistica.

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business marketing musicale musica streaming royalty Spotify

Spotify modifica il modello di pagamento

La rivista Music Business Worldwide ha raccolto l’indiscrezione che dal 1° trimestre 2024 Spotify opererà tre importanti modifiche nella distribuzione delle royalties agli artisti. Pur confermando il suo sistema di royalty pro-rata, noto come streamshare, queste tre modifiche avranno un impatto importante sui proventi dei singoli artisti, sui loro editori e sui loro distributori. Vediamo quali sono:
Spotify modifica il modello di pagamento.

  1. introdurre una soglia di stream minimi annuali prima che una traccia inizi a generare royalties su Spotify;
  2. Penalizzare finanziariamente i distributori di musica , comprese le etichette, quando viene rilevata attività fraudolenta sulle tracce caricate su Spotify;
  3. Introdurre una durata minima di riproduzione che ogni traccia noise non musicale deve raggiungere per generare royalties.

Con queste tre azioni, Spotify intende modificare l’allocazione del denaro pagato ai titolari dei diritti, musicisti, autori ed etichette, in particolare, riducendo quello destinato ai brani molto poco ascoltati, quello raccolto dai truffatori dello streaming e da coloro che ingannano deliberatamente la piattaforma. Vediamole nel dettaglio:

Introduzione di una soglia minima di stream prima che il brano inizi a generare royalties.

Le indiscrezioni trapelate dallo staff di Spotify indicano che questa misura colpirà un numero molto esiguo di musicisti, circa il 5%. Il problema che la piattaforma svedese vuole risolvere è di liberare qualche decina di milioni di dollari che di fatto questi artisti non incassano, perché cifre irrisorie di pochi centesimi, che restano ferme nei conti bancari dei distributori.

Oggi, ogni riproduzione su Spotify della durata superiore a 30 secondi attiva il pagamento di una royalty. Dal primo trimestre 2024 non sarà più così. A partire dal nuovo anno un brano dovrà raggiungere un numero minimo di stream annuali prima di generare royalties. Non ci sono cifre certe, solo indiscrezioni che indicano che il minimo sindacale per guadagnare sarà di almeno 200 riproduzioni all’anno. Questa mossa colpirà soprattutto tutti quei musicisti indipendenti con ascolti mensili ridotti.

Penalità finanziarie a distributori ed etichette in caso di attività fraudolente.

Spotify ha un buon sistema di rilevamento anti frode in grado di colpire le Stream Farm che con metodi diversi creano ascolti fasulli minando la trasparenza del mercato e sfalsano la popolarità dell’artista e della sua musica. A partire dal 2024, l’app di streaming non si limiterà a rimuovere i brani dopati da stream fasulli, ma arriverà a multare anche i distributori e le etichette come misura deterrente verso queste cattive abitudini.

Introduzione di un tempo minimo di ascolto che le tracce noise, non musicali devono raggiungere per generare royalties.

I creatori di contenuti non musicali come ad esempio rumore bianco, battiti binaurali, canto delle balene, ecc. vengono pagati come ogni altro creatore di musica su Spotify. Questi brani in genere trovano il loro utilizzo nella meditazione, per conciliare il sonno o aumentare la concetrazione nello studio o al lavoro. Son frequenti i casi in cui sono state creati album con tracce di white noise, o altri rumori ambientali, della durata di 31 secondi: il minimo sindacale per incassare una royalty.

Spotify sta pianificando di allungare in modo significativo il tempo minimo che ogni traccia di contenuto audio non musicale deve soddisfare prima che venga attivato un pagamento. In questo scenario, una playlist di tracce di rumore bianco di 31 secondi ciascuna, per poter beneficiare della monetizzazione di Spotify, dovrà essere rimossa, divisa in tracce da 4 minuti e quindi ricaricata.

I contenuti non musicali sono una modesta parte dell’offerta di Spotify, ma il loro utilizzo da parte degli utenti genera un’importo di royalties di tutto rispetto. Richiedendo che le tracce noise siano più lunghe per la monetizzazione significa meno stream, il che a sua volta significa più soldi nel sistema pro-rata che tornano ai contenuti realmente musicali.

Non tutta l’industria musicale ha accolto con favore queste tre novità di Spotify che però segnano un passo verso un sistema più equilibrato di distribuzione delle royalties, incidendo anche come deterrente sull’eccessiva proliferazione di brani, 100.000 al giorno, caricati sulle piattaforme di streaming.

La decisione di Spotify fa il paio con la sperimentazione del modello Artist Centric che Deezer sta sperimentando con UMG e che molto ha preoccupato TuneCore ed altri distributori che trovano il loro business nelle autoproduzioni o nelle piccole etichette indipendenti. Un tema che sicuramente riprenderemo perché è in corso di evoluzione.

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