In questi giorni Audiocoop, associazione di piccoli produttori ed editori che si occupa della tutela dei diritti connessi e copia privata, ha lanciato un grido d’allarme rivolto ad AgCom perché prenda provvedimenti verso i comportamenti di Spotify e Believe, quest’ultimo uno dei più grandi distributori di musica mondiali.
Ma cosa sta succedendo?

Come già anticipato in questo post di novembre, Spotify a partire da gennaio cambierà il suo modello di pagamento e verserà le royalty solo agli artisti musicali che raggiungono i 1000 ascolti all’anno: le indiscrezioni di novembre indicavano 200 stream all’anno.
Secondo Spotify, in questo modo si liberano 40 milioni di dollari all’anno che potranno essere distribuiti verso gli artisti che superano questa soglia, ma evidentemente queste buone intenzioni non convincono gli associati Audiocoop e nemmeno altre rappresentanze delle piccole etichette nazionali.
A questo si aggiunge un’altro allarme dagli artisti che hanno la loro musica distribuita dalla francese Believe che è il secondo distributore di musica digitale al mondo.
In questi giorni, molti artisti o le loro piccole etichette hanno ricevuto una mail in cui vengono informati che la loro musica verrà tolta dai cataloghi Believe, perciò da tutte le piattaforme di streaming, perché secondo Believe hanno praticato attività di streaming fraudolente: a quanto pare cosa non vera per buona parte di loro.
Cosa sta succedendo? Io un’idea me la sono fatta.
Distribuire musica in digitale è semplice, ma in realtà ha enormi costi energetici e di infrastrutture. Già nel 2022 Spotify era in sofferenza per questi investimenti utili per gestire e distribuire le 100.000 canzoni che ogni giorno vengono caricare sulla piattaforma.
Per Spotify mettere un tetto ai pagamenti è certamente un modo di contenere i costi di questo impegno, scoraggiando tutti quei musicisti che, senza un reale convincimento e magari senza arte ne parte, tentano la carriera discografica. La stessa cosa, a mio avviso, vale per Believe Italia che sembra volersi liberare degli artisti meno economicamente produttivi per alleggerire il suo carico di lavoro.
Per fartela facile, stanno tagliando i rami secchi.
Detto questo, bene fa Audiocoop a interessare AgCom e Ministero della Cultura su questa situazione e sinceramente spero che a loro si aggreghino tutte le altre realtà legate agli indipendenti.
In un sistema di distribuzione così centralizzato l’abuso di posizioni dominanti o altre situazioni che possono distorcere il mercato musicale vanno evidenziate e opportunamente censurate e auguro che chi di competenza si muova e pure piuttosto in fretta.
Riguardo il comportamento di Believe, da quanto risulta nella testimonianza del cantautore Francesco Sacco, sembra proprio che ci sia una mancanza di trasparenza e pure una male motivata decisione unilaterale da parte della piattaforma.
Ma già che ci siamo, vorrei anche fare l’avvocato del diavolo.
Ho sempre trovato sorprendente come le etichette, soprattutto ma non solo, indipendenti, in questi anni si siano limitate a buttare sul mercato pubblicazioni come non ci fosse un domani, senza mai investire tempo o risorse nel marketing dei prodotti o sul branding degli artisti: in un mondo così affollato di proposte musicali il genio o la bravura musicale di un artista non è sufficiente ad attrarre pubblico se questi nemmeno sa della sua esistenza ed è distratto da mille altri stimoli più attrattivi.
L’avvento della musica in streaming ci ha forse fatto credere che l’avvio di una carriera discografica fosse alla portata di tutti, di chiunque, ma direi che evidentemente non è così e forse non lo è mai stato.
Per poter vivere nell’ecosistema della comunicazione digitale fatto di social, siti, web radio e app di streaming, artisti ed etichette devono prendere coscienza che non basta investire in buone produzioni, ma è indispensabile investire tempo e risorse in promozione e marketing, sul prodotto musicale e sull’artista.
L’alternativa è l’estinzione.
Leggi il comunicato di Audiocoop
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2 risposte su “Spotify e Believe giocano sporco?”
Salve sono un produttore dal 1991, abbiamo migliaia di brani Inediti e cover in giro per il mondo, ma sono già 2 anni che stiamo constatando un vergognoso e dannoso comportamento di Believe verso i suoi clienti, si stanno inventando decine e decine di scuse per non deliverare più le cover, le basi strumentali e alcune volte anche gli Inediti. La prima cosa che vogliono sono i link dei social per vedere se gli artisti sono reali, poi trovano ipotetici errori di compilazioni (inesistenti), rispondono con giorni di ritardo, non rilasciano liberatorie per i brani che rifiutano e non li cancellano neanche dal Backstage dei clienti, una situazione veramente insopportabile!!
Abbiamo altre 3 distribuzioni, e non hanno mai richesto nulla del genere, compili e confermi e dopo pochi giorni le release sono in tutti gli stores!! Abbiamo addirittura pensato di far intervenire un legale perche’ la situazione è veramente irritante e dannosa.
Ma non sappiamo a chi possiamo rivolgerci? Qualcuno sa consigliarci qualcosa?
Grazie
Purtroppo oltre che indirizzarvi verso altri distributori non saprei che fare.
Believe è solo la prima tra le piattaforme di distribuzione che sta applicando criteri stringenti, peraltro richiesti da Spotify.
Se guardi Amazon Music ci sono un’infinità di release che, semplicemente non risultano nei risultati delle ricerche per artista: forse un limite della app.
L’idea di far intervenire un legale la puoi tentare, ma la vedo dura, durissima.